Dal Web

Startup: sempre più finanziamenti

Negli ultimi 4 anni i finanziamenti alle startup innovative, erogati dal Fondo Garanzia per le PMI, sono stati in tutto 477.070.202 €.
Una cifra importante, che riflette l’aumento costante, dal 2013, di questo tipo di imprese.
I dati sono stati diffusi dal Mise con il secondo rapporto trimestrale 2017 sull’accesso al fondo da parte di startup, PMI innovative e incubatori certificati.
In questo ultimo trimestre preso in esame, inoltre, le operazioni di finanziamento approvate dal Fondo sono aumentate rispetto a quelle rilevate in precedenza, raggiungendo il numero più alto di sempre: 403.


(fonte: Italia Oggi Sette)

In maggioranza le imprese che hanno richiesto questo tipo di finanziamento sono ubicate al Centro-Nord del Paese, con, al primo posto, la Lombardia con 588 operazioni. Seguono: Emilia Romagna, Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
A facilitare questa fruizione sono i metodi, semplici e veloci, per le startup iscritte al registro delle imprese che hanno un accesso preferenziale. I requisiti vengono verificati rapidamente e tutte le comunicazioni avvengono via e-mail.
La garanzia sui finanziamenti bancari viene concessa a titolo gratuito e l’importo massimo garantito per ogni azienda è di 2,5 milioni di euro.

 

Fonte: Italia Oggi Sette

 

Leggi tutto...

Aziende e passaggio generazionale

Secondo pmi.it gli imprenditori italiani con più di sessant’anni sono il 60% del totale.
Sapete cosa significa questo? Che a breve saremo testimoni di un passaggio generazionale massivo nelle aziende italiane.
Sempre secondo i dati del sito citato “circa il 70% desidera lasciare l’azienda a un familiare, mentre una percentuale significativa è restia ad abbandonare il proprio ruolo. Solo il 25% delle imprese sopravvive alla seconda generazione di imprenditori e solo il 15% alla terza”.
Ma perché questo momento è così cruciale (soprattutto per i giovani imprenditori)?
Innanzitutto perché implica il trasferimento di know-how da una generazione all’altra, un patrimonio di competenze e abilità che andrebbe trasmesso ai propri successori nel corso del tempo, con la giusta formazione in azienda ed un periodo di affiancamento, nel migliore dei casi.
Essendo un momento così delicato per il futuro di un’azienda (e per i posti di lavoro in ballo, non dimentichiamolo), possiamo cercare di analizzarne le fasi clou da tenere bene a mente per non commettere errori.

MOTIVAZIONE
Si tratta di un fattore fondamentale, ma spesso ignorato da chi lascia la propria azienda in mano agli “eredi”. Si da per scontata la volontà di figli o nipoti di seguire le orme del proprio predecessore, ma a volte non è così e il passaggio si trasforma in imposizione (implicita o esplicita). Quando ciò avviene il fallimento dell’impresa, o una sua crisi, sono dietro l’angolo, specie se il titolare precedente si allontana del tutto dall’azienda.

CONVIVENZA
Una altro problema è rappresentato dalla scarsa volontà dell’imprenditore di prima generazione di passare il testimone, magari ritenendo i propri successori inadeguati o rimandando costantemente il passaggio. In questi casi la convivenza rischia di essere non solo difficile, ma anche dannosa per l’azienda, con continui rimpalli di responsabilità e confusione nei ruoli.
La vecchia guardia può essere un punto di riferimento strategico e operativo, ma non deve mantenere uno status quo che può causare confusione e problemi in azienda e/o in famiglia.
Un altro caso dal quale guardarsi è la coesistenza di più successori, con il rischio di conflitti e gelosie nell’assunzione di mansioni e responsabilità. 

TEMPISTICHE
Visto l’avanzare dell’età che non risparmia nessuno e gli imprevisti della vita, l’imprenditore anziano deve per forza di cose giocare d’anticipo e predisporre il passaggio nei tempi giusti. Una volta stabilito che i figli (o chi per loro) vogliono effettivamente subentrare in azienda, andrà predisposto un passaggio graduale, prevedendo l’affiancamento da parte di un tutor (una figura con lunga esperienza di vita nell’azienda che ne segua e favorisca la crescita imprenditoriale) e la valutazione per step della seconda/terza generazione da parte di una figura esterna con un certo distacco emotivo.

ALTERNATIVE
Nel caso in cui gli eredi non presentino la volontà o le capacità necessarie a subentrare in azienda, l’imprenditore titolare dovrà prenderne atto e attuare un “piano B”. Uno di questi è la cessione o successione ad altri soggetti, esterni al nucleo familiare, ma magari già interni all’ambiente lavorativo.
Oppure si può optare per il coinvolgimento di professionisti esterni innanzitutto per valutare competenze e orientamenti dei successori designati, poi anche nel ruolo di supervisori e coordinatori della transizione.
I professionisti in questo campo possono produrre un piano strategico e d’azione per la successione, articolato in fasi ed attività. 
Infine, non è inconsueto l’inserimento in azienda di un temporary manager, un direttore generale temporaneo che coadiuvi il passaggio gestendo l’azienda durante la transizione, formando i successori e rivedendo, se necessario, la struttura aziendale.

Fonte: pmi.it

Leggi tutto...

LE REGOLE DELLA SHARING ECONOMY

Ne abbiamo parlato approfonditamente anche in occasione dell’ultimo Evoluzioni, la sharing economy è sicuramente qualcosa con cui dovremo fare i conti.
Questo nuovo settore costituito da scambi (più o meno condivisi) di auto, posti letto, pasti, ecc… è cresciuto molto negli ultimi anni, con oltre 200 piattaforme operative in Italia secondo il rapporto 2016 curato da Unicatt TraiLab Collaboriamo.org.
La crescita di queste piattaforme nel nostro Paese è del 10% su base annua e del 49% rispetto al 2014. Un grosso potenziale economico soprattutto se si pensa alla vastità del pubblico raggiungibile tramite il web rispetto ai mezzi tradizionali.
Uno studio dell'Università di Pavia ha calcolato in 3,5 miliardi il giro d'affari generato in Italia dalla sharing economy, con prospettive di crescita fino a 25 miliardi al 2025.
A livello europeo, poi, PwC calcola che in quello stesso anno le transazioni raggiungeranno i 570 miliardi di controvalore, solo conteggiando i cinque principali settori (finanza, alloggi, trasporti, servizi domestici e servizi professionali).

Per il Governo, sia Italiano che Europeo, è dunque suonato un campanello d’allarme per quanto riguarda la regolarizzazione fiscale dell’economia della condivisione, in costante crescita nonostante (o forse proprio a causa di) l’assenza o carenza di regole, vincoli e diritti.
Per fare un esempio, gli utenti delle piattaforme sono nella stragrande maggioranza soggetti “privati” senza partita Iva che guadagnano somme variabili in maniera più o meno continuativa. Questo causa non poche incertezze sull'inquadramento dei proventi, difficile incasellare nelle categorie già esistenti.
La prima tassa emessa in merito nel nostro paese è quella sugli “affitti brevi” (nota anche come tassa Airbnb) appena introdotta con la manovrina convertita in legge dal Parlamento (il Dl 50/2017). La nuova legge impone agli intermediari digitali (e a quelli tradizionali) di applicare una ritenuta sui canoni degli affitti brevi per contrastare il rischio di evasione fiscale.
Nel caso degli affitti è stato possibile servirsi di figure giuridiche già note (la ritenuta e la cedolare), ma non è possibile applicare metodi “vecchi” a tutti i nuovi metodi di business.
Fatto già evidente nelle due proposte di legge all'esame del Parlamento: quella sull'home restaurant (già approvata in prima lettura dalla Camera lo scorso 17 gennaio, As 2647) e quella omnibus sull'economia collaborativa, il cosiddetto sharing economy act (Ac 3564), ancora lontano dal primo via libera a Montecitorio.
In entrambe le proposte emergono imprecisioni e lacune dovute alla natura stessa della sharing economy, difficilmente arginabile con nuove sezioni della dichiarazione dei redditi (il cosiddetto «reddito da attività di economia della condivisione non professionale» nella proposta), aliquote flat o massimali dei ricavi.
Tanto che anche l'Antitrust ha bocciato queste scelte perché così facendo «l'operatore viene privato della libertà di definire autonomamente come e in che misura organizzare la propria attività economica».
Lo scorso 15 giugno anche il Parlamento europeo ha sottolineato l’urgenza di fissare delle linee guida sulla sharing economy, per affrontare le zone grigie delle diverse normative nazionali che ne frenano la crescita. Con la risoluzione (non legislativa), in sintesi, si chiede alla Ue di sostenere l'economia collaborativa sviluppatasi online e garantire la concorrenza leale, oltre al rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi fiscali.


Fonte: Il Sole 24Ore 

Leggi tutto...

I PAGAMENTI? SONO SMART

Dopo le carte di credito e i pagamenti contactless arrivano anche nei negozi Italiani i pagamenti tramite smartphone.
Basta appoggiare l’Iphone sul POS e il gioco è fatto.
Apple ha infatti introdotto anche nel nostro Paese il metodo Apple Pay, una app che incorpora le carte di credito nell’iPhone, nel Watch, nei tablet e nei computer (chiaramente solo per i dispositivi Apple).

Hanno subito seguito Apple anche altri colossi smart con: Android Pay (di Google), Amazon Pay, Samsung Pay, PayPal ecc…ancora non tutti disponibili in Italia.
Ci sono poi servizi come Vodafone Pay, una sezione del Vodafone Wallet, che consente di pagare con lo smartphone e Sim Nfc come se si usasse una carta contacless.

I numeri di questo nuovo business sono già rilevanti nei tanti Paesi dove il sistema è attivo da tempo (Stati Uniti, Australia, Canada, Cina, Francia, Giappone, Regno Unito, Russia,…) e secondo i dati di Business Insider gli esercenti che lo accettano nel mondo sono 20 milioni per un giro d’affari che supererà i 500 miliardi di dollari nel 2020. Tanto per avere un’idea concreta: negli Usa quasi il 90% delle transazioni contactless sono fatte con Apple Pay.

In Italia Apple Pay inizia a funzionare con carte di credito e prepagate di Unicredit e Carrefour bank. Altri istituti seguiranno. Tra i partner della grande distribuzione dove è già possibile fare acquisti c’è di tutto, da Auchan a La Rinascente.

Sul futuro successo di questo metodo di pagamento Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio sui mobile payments del Politecnico di Milano, dice: «Esercenti e consumatori devono poter accedere facilmente al servizio e comprenderne i vantaggi. Gli italiani amano il contante, che però al sistema Paese costa oltre 34 miliardi di euro per il “nero” che genera».
Gli italiani sono sempre più propensi ad usare carte di credito e fare acquisti online: «I pagamenti con le carte nel 2016 hanno raggiunto 190 miliardi di euro, il 24% dei consumi degli italiani» conferma Portale. «E gli acquisti online fatti con dispositivi mobili l’anno scorso hanno toccato i 3,9 miliardi di euro».
E per quanto riguarda sicurezza e privacy? «Né l’iPhone né i nostri server memorizzano il numero della carta del cliente» spiega Jennifer Bailey,vicepresidente di Internet Services e Apple Pay. «Tutto il processo di pagamento è completamente sicuro per l’utente, grazie al sistema di codici che regola le transazioni. Pagando con l’iPhone, l’utente deve poi utilizzare il sensore di impronta digitale per avviare il processo» spiega Bailey. E se si smarrisce il device, Pay può essere bloccato in tempo reale. 
«I pericoli» spiega Portale «emergono quando si sperimentano sistemi completamente nuovi. Ma in questo caso ci si basa su banche e circuiti di pagamento i cui standard di sicurezza sono ampiamente consolidati».


Fonte: Repubblica.it

Leggi tutto...

CYBERSECURITY, ANCORA TANTA STRADA DA FARE

La situazione italiana in tema di cybersecurity è ancora molto indietro rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa, come si evince dai grafici esplicativi diffusi da Il Sole24Ore:



Il Governo, da parte sua, sta cercando di intervenire con il piano Industria 4.0, che ha tra i suoi pilastri anche l’agevolazione degli investimenti delle imprese in cybersicurezza.
«Il Piano è fondamentale per l’evoluzione del sistema industriale italiano. Sarebbe però altrettanto importante, come peraltro già evidenziato, trovare le modalità con cui gestire anche servizi continuativi, come l’ingaggio di esperti di sicurezza, che sono particolarmente importanti e non sono coperti dalle modalità di incentivazione introdotte da Industria 4.0», spiega Giorgio Mosca, presidente Steering Committee Cybersecurity di Confindustria Digitale, associazione che sta lavorando alla creazione di un framework di passaggi necessari per mettere in cybersicurezza un’azienda.
«Eventi come WannaCry (l’attacco hacker che ha messo in ginocchio 200mila computer in tutto il mondo, n.d.R.) paradossalmente aiutano. Anche se ora il problema è più di alfabetizzazione che di mancata consapevolezza che il rischio esista», dice dal canto suo Marco De Bellis, di Exage: digital technology integrator, e quindi società che coniuga consulenza strategica e sviluppo di tecnologie.
Il vero problema, però, non sembra essere tanto la consapevolezza del rischio, quanto la volontà di investire in maniera strutturata per prevenirlo: secondo una recente indagine dell’Osservatorio Information Security&Privacy del Politecnico di Milano, infatti, il mercato delle soluzioni di information security in Italia nel 2016 ha registrato un +5% rispetto al 2015, ma la crescita riguarda per il 74% le grandi imprese. Alle Pmi resta solo un 26%: poco più di 250 milioni.
Proprio sulle Pmi poi, un altro dato dello studio del Politecnico di Milano risulta particolarmente impietoso: il 93% ha dedicato un budget alle soluzioni di information security nel 2016, ma senza un utilizzo maturo e consapevole. A pesare è soprattutto l’adeguamento normativo (48%) con solo il 9% delle piccole aziende (fra i 10 e i 49 addetti) che ha specifici programmi di formazione.


Fonte: IlSole24Ore

Leggi tutto...

Il terziario che verrà

Il Centro di Formazione Management del Terziario di Confcommercio e Manageritalia hanno realizzato un’indagine previsionale dedicata allo Scenario del Terziario Futuro 2020 per capire quale sarà l’evoluzione del settore e come creare una nuova cultura digitale.
La sinergia tra online e offline sarà sempre maggiore e la clientela, sempre più informata ed esigente, richiederà alcune caratteristiche tipiche dell’e-commerce anche nei negozi fisici (ad es. maggiore specializzazione in intrattenimento, disponibilità immediata e informazioni sofisticate).
“Il digitale sarà un’arma che anche il piccolo negozio al dettaglio dovrà integrare al meglio con l’esperienza fisica per competere con i grandi distributori e/o integrarsi con essi in modo complementare” spiega Pietro Luigi Giacomon, presidente del Centro Formazione Management del Terziario.
Non solo, considerata la complessità dei prodotti che il consumatore si troverà ad acquistare, crescerà sempre di più il valore aggiunto della fase post vendita legata all’assistenza e alla manutenzione e si accentuerà la distanza tra servizi di qualità e non. Tra i settori del terziario alcuni vivranno un processo di cambiamento più rapido.
Gli store del futuro, quindi, saranno sempre di più punti di ritiro di merce acquistata attraverso piattaforme di e-commerce. Fondamentale per garantire velocità di acquisto e ritiro sarà quindi la parte logistica.
Di pari passo cresceranno e si evolveranno le professionalità di manager e addetti alla vendita, per i quali saranno sempre più necessarie le competenze relative alla gestione di grandi flussi di dati e alla loro analisi attraverso software dedicati, per andare incontro alle esigenze del nuovo cliente.

Fonte: Nuvola-Corriere.it

Leggi tutto...

A CHE ORA SI SVEGLIA UN TOP MANAGER?

Chi dorme non piglia pesci e il mattino ha l’oro in bocca…due proverbi che dovrebbero insegnarci molto sulle buone abitudini, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Voi a che ora entrate in ufficio o in azienda la mattina? A quanto pare per i top manager alzarsi prestissimo è una regola fondamentale: è stato calcolato che i Ceo delle grandi aziende e gli imprenditori più importanti si alzano in media alle 5.30. C’è poi chi fa colazione, sport o inizia a lavorare prima di uscire di casa.
Ecco perché vi proponiamo di seguito una carrellata delle abitudini mattutine dei grandi imprenditori…che sia d’ispirazione.

TIM COOK - APPLE
Il Ceo di Apple si sveglia alle 4.30, controlla l’email, legge i giornali, poi va in palestra. Quando entra in ufficio è quasi sempre il primo ad arrivare… e l’ultimo ad andarsene.

SERGIO MARCHIONNE-FCA
Si sveglia alle 3.30…vi parrà un po’ troppo mattiniero ma trovandosi in America e dovendo lavorare con l’Europa è necessario. Per il Financial Times «Sergio ha inventato un ottavo giorno». Solitamente, «quando in Italia è festa, va negli Usa per lavorare. Quando è festa in America, torna in Italia - sempre per lavorare», aveva raccontato un manager alla Cbs

MARY BARRA- GM
A capo di General Motors, Mary Barra si sveglia alle 5 e arriva sempre per prima in ufficio.

HOWARD SCHULTZ - STARBUCKS
Sarà che “vende” caffè, ma l’A.D. di Starbucks si sveglia alle 4.30. In tempo per una corsa in bici con la moglie e una doccia. Alle 6 è in ufficio.

RICHARD BRANSON-VIRGIN
La sua sveglia suona alle 5 e spiega: «In cinquant’anni nel mondo degli affari ho imparato che posso raggiungere molte più cose quando mi sveglio presto». Ammette però che le ore di sonno perse le recupera in aereo, mentre è in viaggio.

JEFF IMMELT-GENERAL ELECTRIC
Il Ceo della multinazionale statunitense si sveglia alle 5:30 di mattina. Si dedica poi ad un allenamento cardio, durante il quale legge i giornali e guarda il canale finanziario Cnbc. Immelt sostiene di aver lavorato 100 ore a settimana per 24 anni consecutivi.

ROBER IGER - DISNEY
SI sveglia alle 4:30, in qualunque parte del mondo si trovi. Se è a casa legge le mail, ascolta musica, guarda i notiziari e fa sport col suo personal trainer. Tutto contemporaneamente.

JACK DORSEY - TWITTER
Il fondatore di Twitter si alza alle 5.30, medita mezz’ora poi fa jogging per almeno 9,5 km.

PAUL POLMAN - UNILEVER
Il Ceo di una delle maggiori multinazionali al mondo si sveglia alle 6. Appena alzato va in ufficio e inizia a correre sul suo tapis roulant. «Durante questi minuti rifletto sulla giornata di lavoro che ho davanti».

SATYA NADELLA-MICROSOFT
Il Ceo del colosso dei computer è il più pigro, si sveglia infatti alle 7 e dorme almeno 8 ore a notte.

Fonte articolo: Corriere.it
 


 

 

Leggi tutto...

IL RISTORANTE DEL FUTURO

Anche la ristorazione è un ambito in cui la tecnologia e l’innovazione possono aiutare utenti e imprenditori. Lo dimostrano le recenti evoluzioni di grandi catene, ma anche i nuovi ristoranti nati con una concezione 2.0 che li ha da subito resi famosi nel mondo.
Vediamo insieme qualche esempio!

Senza camerieri
Al Data Kitchen di Berlino è tutto automatizzato: si prenota attraverso l’applicazione dedicata e si paga online da casa. IAl momento della prenotazione si può stabilire l’orario in cui ci si recherà al ristorante, in modo da trovare tutto pronto presso il proprio “Food Wall”: una parete formata da diversi scomparti che diventano trasparenti e indicano il nome lasciato alla prenotazione quando il piatto è pronto. Per aprire lo scomparto e prendere il proprio piatto basta schiacciare l’apposito pulsante dell’app dedicata. Senza alcuna interazione umana. Forse un po’ freddo e asettico, ma adatto a chi ha fretta e magari è un po’ misantropo.

@Social Up!

Il social restaurant
Nel quartiere alla moda di Camden, a Londra, il ristorante Inamo raccoglie tutti i food blogger e gli instagramers amanti del #foodporn. Questo perché la catena inglese che serve cibo asiatico è nota per la tecnologia che offre ai propri ospiti: i tavoli, sono costituiti da schermi interattivi, per personalizzare la propria tovaglia, di giocare a memory o ad altri giochi o dare sfogo alla propria vena artistica disegnando sulla superficie del tavolo.
Dei tablet, poi, permettono di controllare in diretta lo stato di preparazione del proprio ordine, di navigare in internet e postare i propri contenuti sui social.

@Bookatable

Realtà aumentata
Si chiama Sublimotion il ristorante di Ibiza aperto dallo chef 2 stelle Michelin Paco Roncero con la collaborazione di cuochi, architetti, ingegneri, illusionisti e scenografi. Il cliente è accolto in una sala dalle pareti totalmente bianche, poi, indossando gli occhiali Samsung Gear VR, potrà testare in prima persona la realtà aumentata, aprendo scatole dal contenuto misterioso e interagendo con vari elementi.
Durante la cena però gli occhiali si tolgono e sulle pareti bianche della stanza compaiono proiezioni di scenari differenti ispirati dalle portate o da eventi a tema. L’idea è quella di offrire una cena che coinvolga i cinque sensi, uno spettacolo culinario ed emozionale della durata di circa tre ore che vede la collaborazione di coreografi e chef.

@www.sublimotionibiza.com

Tavoli interattivi
Meno gourmet ma comunque interattivo è il ristorante Max à Table di Bordeaux, dove si possono usare i tavoli interattivi con touch screen per ordinare, giocare e navigare su internet.
Molti altri ristoranti stanno integrando questi speciali tavoli tech per i propri ospiti, non solo per velocizzare e personalizzare gli ordini ma anche per un’intrattenimento in più durante la cena (anche per chi mangia da solo, ad esempio).

@Fundtruck

Molto fast food
L’obiettivo della catena americana Eatsa invece è la velocità: in pochi minuti e utilizzando semplicemente il proprio smartphone o uno dei tablet del locale il cliente entra, ordina, mangia ed esce senza code per pagare o ordinare.
Come da Data Kitchen anche qui l’ordine viene ritirato direttamente dal cliente.
Aperto dall’ora della colazione sino alla cena, per premiare gli ospiti più affezionati Eatsa offre prezzi scontati a chi vi fa ritorno più spesso e ricorda le pietanze preferite, permettendo ai clienti di memorizzare i propri menu in modo da non doverli inserire nuovamente alla prossima visita. Ogni ricetta è accompagnata da una scheda che riporta i valori nutrizionali del piatto.

@Business Insider

Fonte: Corriere innovazione

Leggi tutto...

Il marketing di prossimità

In questa era di innovazione, digitalizzazione e e-commerce i “vecchi” negozi fisici possono sopravvivere?
Secondo alcuni sì, ma soltanto se sapranno utilizzare a proprio vantaggio i nuovi mezzi messi loro a disposizione, come ad esempio una cosa chiamata marketing di prossimità (o, in inglese, proximity marketing).
Ma di cosa si tratta esattamente? Altri non è che un modo per sfruttare il digitale a nostro favore, usando la tecnologia mobile che guida smartphone & co. e che ci segue praticamente ovunque grazie alla perenne connessione internet.
Questa tecnica non agisce, infatti, su un target di utenti ben definito, bensì sugli individui che si trovano in una determinata area e siano in prossimità di un dispositivo attraverso il quale sia possibile instaurare una comunicazione.
Così negozi, ristoranti, cinema e tutti i luoghi fisici per l’acquisto di beni e servizi, invece di utilizzare pubblicità o volantini per arrivare ad un potenziale cliente, possono semplicemente mandare un messaggio a chiunque passi davanti alla loro vetrina.
Ma possiamo andare oltre. Sfruttando i Big Data di Google, ad esempio, potremmo conoscere i gusti e le necessità di quel passante: se cerca un regalo per la fidanzata, se è vegano, che numero di scarpe porta, e così via, in modo da “intercettarlo” prima che passi al prossimo negozio.
In questo modo si trasporta nel mondo mobile e digital quel savoir-faire e quel clima di fiducia un tempo riservato al negoziante sotto casa: dimostrando al potenziale cliente che sappiamo di cosa ha bisogno ed abbiamo una soluzione al suo problema, lo portiamo a fare un passo oltre la soglia del negozio fisico.
Dal punto di vista prettamente tecnologico, per fare marketing di prossimità, possiamo sfrutta gli iBeacons, ovvero piccoli strumenti di connessione che possono identificare con estrema precisione la posizione di una persona dotata di un cellulare connesso. Tra i primi ad aver implementato questa tecnologia troviamo McDonalds a Tesco, che nei propri retail store comunicano con i possibili clienti sfruttando questa tecnologia, interagendo con il prodotto giusto in base alla posizione nel negozio.
Un’altra tecnica adottata per fare marketing di prossimità è il Digital e Mobile signage, tecniche che permettono di spostare l’interazione ottenuta grazie al marketing di prossimità su device interattivi, come lavagne digitali, proiettori, display LED. Ci sono poi altri mezzi, come RFID, NFC, audio di prossimità, motion capture, e eye tracking, dalle altrettante possibilità di interazione.
“In Italia” - scrive Ninja Marketing- “questo tipo di attività vengono ancora realizzate in maniera timida e superficiale, complice anche la complicata legge sulla privacy e la nostrana tendenza a vivere ogni attività che ci coinvolge fuori da uno schermo come un’”invasione”, ma all’estero il marketing di prossimità sta diventando uno strumento imprescindibile per i negozi fisici, con vantaggi innegabili anche per gli stessi consumatori”.

Leggi tutto...

LO FA LA APP

Alcune startup hanno recentemente raggiunto il successo creando app che svolgono compiti stressanti, noiosi o faticosi al posto dell’utente.
La natura stessa delle app, in fondo, come di tutte le moderne comodità è basata appunto sull’idea di facilitare la vita di chi le scarica. Vi riportiamo di seguito gli esempi più eclatanti degli ultimi tempi:


Bagbnb mette a disposizione una rete luoghi pubblici, come bar o ristoranti. dove depositare le valigie, di qualsiasi peso o dimensione senza limiti di orario, a un costo fisso di cinque euro. Utilissima nei casi in cui il check-out dall’hotel avviene troppo presto e volete finire di visitare la città.


Wanderio invece è un vero e proprio tour operator: pianifica il tuo viaggio dai trasporti ai trasferimenti, fino ai mezzi pubblici e prenota tutto online confrontando prezzi e combinando i vari movimenti.


Qurami vi evita le code snervanti tramite un numero virtuale per mettersi in fila in qualsiasi luogo, dall’ufficio postale al supermercato.


Vicker permette, al costo minimo di venti euro, di far svolgere i lavori domestici ad altri, come una sorta di marketplace per lavoretti occasionali, dalle pulizie al giardinaggio.

 
Yougenio è un’altra startup Made in Italy molto simile che comprende 120 attività diverse, dalla stiratura alle disinfestazioni, mentre Mario App, attiva in Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Lazio, fa incontrare domanda e offerta per lavori artigianali dall’idraulico al falegname, dall’elettricista, all’imbianchino al traslocatore. Taskhunters è dedicata agli studenti universitari, sempre per svolgere piccoli lavori.


Supermercato24, ti consegna a casa la spesa entro un’ora di tempo. Quomi spedisce ricette stagionali e ingredienti freschi ogni settimana. Wag permette di contattare delle persone per portare a spasso i nostri cani. DogVacay.com invece consente di affidare il proprio amico a quattro zampe ad una famiglia amante degli animali durante le vacanze o i viaggi del padrone. 

Leggi tutto...

DAL GIAPPONE LA RIVOLUZIONE DEL LAVORO

La rivoluzione del lavoro parte dal Giappone, più in particolare dagli uffici di Yahoo.
A differenza di quanto avviene nella sede centrale statunitense (dove la precedente AD Marissa Meyer ha ammesso di lavorare anche 18 ore al giorno), in oriente è stata avanzata la proposta di weekend lungo di ben 3 giorni per tutti i dipendenti. L'imperativo è "lavorare meno, riposarsi di più" e si sta allargando in tutto il paese ormai da qualche anno.
Questo per ovviare alle ormai annose piaghe che affliggono il Giappone dagli anni '80: la morte per troppo lavoro (karoshi) e il suicidio per l’eccesso di lavoro (karojisatsu). Solo pochi mesi fa una dipendente dell’agenzia pubblicitaria Dentsu si è suicidata per l’eccessivo carico di lavoro: 105 ore di straordinari in un mese. L'episodio ha causato le dimissioni del presidente della società e costretto l'intero paese a riflettere ancora una volta sull'argomento.
Per questo Yahoo Giappone ha deciso di dare il buon esempio riducendo la settimana lavorativa a quattro giorni, con tre giorni settimanali di riposo.
I dirigenti affermano che non ci dovrebbero essere impatti sulla produttività e il risparmio dei costi potrebbe riservare sorprese positive a bilancio. “Dando agli impiegati più libertà su come lavorare, ci auguriamo che i dipendenti scelgano uno stile che permetta loro di operare al massimo della loro capacità, così potremo aumentare la produttività”, ha dichiarato all’agenzia americana Bloomberg una portavoce della compagnia, Megumi Yagita.

Fonte: Wired

Leggi tutto...

E-commerce: lo sprint del 2017

L’e-commerce b to c in Italia ha affrontato con uno sprint questo inizio 2017 ed entro l’anno dovrebbe riuscire a guadagnare una crescita del 20% con 23,4 miliardi di valore. Lo afferma Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano in occasione della presentazione dei trend del settore per il 2017.
Nonostante il calo delle vendite al dettaglio (-0,5%) registrato dall’Istat lo scorso dicembre, quest’anno la spinta agli acquisti online sarà data dalla lieve ripresa del PIL e dalla maggiore propensione delle famiglie italiane ad acquistare sul web.
“Il numero degli acquirenti online è cresciuto dal 2014 al 2016 del 26% ma ancora maggiore è stato l’incremento del valore del mercato e-comm che nello stesso periodo è aumentato di oltre un terzo. Anche per quest’anno prevediamo un forte sviluppo del comparto, in cui la multicanalità giocherà un ruolo chiave insieme alle vendite in mobilità e allo sviluppo di modelli di interazione tra negozio fisico e canali digitali”, sottolinea Roberto Liscia, presidente di Netcomm.

 


Le migliori performance di crescita sono attese per quelli che finora erano ritenuti comparti di nicchia: arredamento con complementi, abbigliamento, calzature, accessori, alimentari e largo consumo confezionato. Già oggi una catena su quattro di quelle attive nell’e-commerce offre prenotazioni online e ritiro a negozio, mentre il 12% prevede il reso.
Pare rallentare leggermente, invece, la richiesta di viaggi e vacanze on-line, insieme alle assicurazioni, mentre vanno bene l’elettronica di consumo e l’hi-tech (+28% nel periodo 2015-17).
Oltre ai giganti dell’e-commerce e alle grandi catene di distribuzione, in Italia si osserva una presenza sempre più strutturata di imprese medie e piccole che cercano di usare l’on-line a loro vantaggio anche verso mercati esteri.
Su quasi 21 milioni di acquirenti online attivi in Italia, quasi 16 milioni sono classificabili come clienti abituali nell’ultimo trimestre 2016. Ciascuno ha fatto in media non meno di tre acquisti nel periodo, spendendo mediamente circa 100€.
Sempre più acquisti, infine, avvengono da mobile, tramite smartphone (+80% degli acquisti).

Fonte: Il Sole 24 Ore

Leggi tutto...

DONNE MANAGER: IMPRESE IN CRESCITA

L’indagine “The future of business” condotta da Ocse e World Bank in partnership con Facebook mostra che le imprese guidate da donne investono maggiormente all’estero e sanno sfruttare meglio le potenzialità del web.
Sono circa 60 milioni le aziende con meno di 250 dipendenti che nel mondo hanno aperto una pagina Facebook. Un campione rappresentativo di queste aziende è stato selezionato un anno fa in 22 Paesi (oggi saliti a 33) per un monitoraggio a campione. Lo scorso dicembre, erano circa 140 mila i proprietari di pagine Business su Facebook che nel mondo hanno partecipato all’indagine mensile. In Italia le aziende coinvolte sono oltre 7.400 e, secondo un’indagine di Registro.it nel nostro Paese il 27% dei piccoli e medi ha una pagina Facebook.
Dalla ricerca congiunta emerge che le aziende che producono almeno il 25% delle entrate grazie all’export sono più spesso guidate da donne che da uomini (41% contro 31%). Il 76% delle imprenditrici usa la Rete per promuovere il business contro il 74% degli imprenditori, oppure per mostrare prodotti/servizi (78% contro 74% delle aziende al maschile). Percentuali più alte anche quando si tratta di fornire informazioni online (69% delle aziende rosa contro il 62% di quelle al maschile).
«In genere, le donne non sono viste come i principali consumatori di tecnologia, ma in realtà, stanno usando il digitale più degli uomini per gestire le proprie attività», fa notare il country manager di Facebook in Italia, Luca Colombo.
Uomini e donne imprenditrici hanno però la stessa opinione su un punto: l’occupazione. Nei prossimi sei mesi, il 71% delle aziende manterrà stabile il proprio organico. Il 20% ha invece in previsione un aumento dei dipendenti contro il 17% di tre mesi prima. Infine il 9% prevede un «restringimento» dell’organico.

Fonte: Corriere Economia

Leggi tutto...

RIVOLUZIONE DIGITALE E LAVORO

Secondo un recente articolo del Financial Times sarebbero fondamentalmente 5 i settori maggiormente a rischio con l’avvento di nuove tecnologie. 
Il primo e più probabile, stando al quotidiano americano, è quello dei viaggi e del turismo. Se fino a pochi anni fa ci si rivolgeva quasi sempre ad un’agenzia di viaggi per pianificare una partenza, oggi è possibile organizzarsi da soli in tutto e per tutto. Si trovano informazioni di ogni tipo online ed è possibile acquistare praticamente tutto su piattaforme specializzate: biglietti aerei, hotel, escursioni, ecc… Secondo l’US Bureau of Labor Statistcs (l’organo federale che si occupa di monitorare la situazione economica e professionale del Paese) il numero di consulenti di viaggio è sceso dai 132mila nel 1990 ai 74mila del 2014 e si prevede un’ulteriore riduzione del 12 per cento entro il 2024. Questo non significa necessariamente la fine delle agenzie di viaggi o dei consulenti turistici, ma è sicuramente necessaria una loro evoluzione per stare al passo coi tempi «Quelli che sopravviveranno saranno solo i veri esperti. E verranno utilizzati per organizzare viaggi importanti: una luna di miele, un raduno di famiglia o escursioni complesse come i safari», è l’opinione di Henry Hartveldt, fondatore della società di consulenza del settore Atmosphere Research.
Il secondo settore a rischio è quello manifatturiero, minacciato in primis dall’invasione delle stampanti 3D. Le aziende di componentistica, soprattutto, rischiano l’estinzione per l’assenza di costi di fornitura e spedizione che le nuove stampanti portano. Il gruppo Bosch, ad esempio, ha già in progetto di stampare il 40% dei componenti entro 5-10 anni.
Al terzo posto nella classifica del Financial Times troviamo il settore assicurativo: con le nuove auto a guida autonoma si ridurranno drasticamente incidenti e imprevisti, insieme alle più comuni infrazioni. Il declino potrebbe arrivare all’80 per cento entro il 2040.
Rientrano in questo discorso anche le officine meccaniche: con il prevedibile aumento delle auto elettriche sulle strade del mondo, le polveri sottili si ridurranno e così i costi e gli interventi di manutenzione nelle nuove macchine, dotate di meno parti mobili.
Una vettura Tesla, per esempio, utilizza soltanto 18 pezzi per accendersi e muoversi, secondo Credit Suisse.
Sempre in tema di auto, l’abitudine al car-sharing che sta prendendo sempre più piede si sostituirà al normale autonoleggio, oltre che ai mezzi di trasporto pubblico e privato tradizionali.
Per concludere, anche i consulenti finanziari sono considerati una categoria a rischio, minacciati da siti, algoritmi e consigli online per i risparmiatori. Secondo l’associazione di settore britannica Liberatum circa 13.500 consulenti hanno abbandonato l’industria dopo l’introduzione di nuove regole nel 2013, che hanno reso più difficile la qualifica e minori i guadagni.

Fonte: Corriere.it 

Leggi tutto...

2016:LE AZIENDE PIù INNOVATIVE

Lo studio “The Most Innovative Companies 2016” del The Boston Consulting Group, ha stilato una classifica delle aziende più innovative dell’anno appena concluso.
Prima fra tutte risulta, per il dodicesimo anno consecutivo, Apple seguita a ruota da Google, Microsoft e Amazon. Netflix e Facebook irrompono nelle prime dieci guadagnando rispettivamente 15 e 19 posti per un dominio complessivo della Silicon Valley, come c’era da aspettarsi.


Per trovare la prima azienda europea occorre scorrere la classifica fino all'undicesimo posto, con la tedesca Bayer.
In totale la classifica conta 34 società statunitensi, 10 europee e 6 asiatiche. La ricerca ha preso in esame più di 1.500 capi d'azienda provenienti da diversi settori e combinato le risposte con i risultati finanziari delle società indicate negli ultimi tre anni.
Notiamo anche che il 2016 è stato un anno interessante per il settore viaggi e turismo con evidenti balzi in classifica di Expedia, Airbnb e Uber. Un altro settore in evoluzione è quello dell'abbigliamento (Nike e Under Amour che si identificano sempre di più con il concetto di “digital fitness company”).
Bene anche l'automotive: circa il 58% dei consumatori è già disposto a provare una vettura senza conducente e la ricerca e l'elaborazione di progetti che guardano a un nuovo concetto di mobilità sono alla base dei risultati di società come Tesla, BMW e Daimler.
Per gli autori – Michael Ringer, Andrew Taylor e Hadi Zablit – i risultati della ricerca segnalano come «la velocità del cambiamento e l'impatto che le nuove tecnologie stanno avendo anche su settori tradizionali stiano rendendo cruciale per le aziende la capacità di bilanciare tra innovazione generata all'interno e proveniente da fuori». Le aziende in classifica «sono capaci di scandagliare, captare ed elaborare con efficienza e i segnali innovativi che giungono da mondi diversi e veloci nel portarli al proprio interno».

Fonte: Il Sole 24 Ore

Leggi tutto...

Imprese e cyber difesa

Nel 2016 le imprese italiane hanno investito quasi un miliardo di euro (972 milioni) nella cosiddetta information security, con un aumento del 5% sull’anno precedente.
Nel nostro paese il mercato ICT totale vale 66 miliardi.
Secondo quanto dichiarato da Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio Information security e privacy del Politecnico di Milano, a Il Sole 24 Ore si tratta di un tasso di crescita “in linea con il trend internazionale ma non ci tranquillizza. Solo una grande azienda su due ha il manager per la gestione della sicurezza informatica, insomma siamo ancora indietro».
Continuando con i dati: 1 azienda su 6 dispone di un piano pluriennale di difesa con riferimenti al piano industriale e guardando tra le grandi società quotate si arriva al 58%.
Sicuramente la consapevolezza in materia di sicurezza informatica sta aumentando in Italia, ma non tutte le società sono in grado di varare un vero e proprio piano organico con il budget necessario.
Nelle nostre aziende attualmente si spende più per tecnologia, servizi di integrazione It, software e servizi esternalizzati mentre si sta ancora lavorando sulla sicurezza delle informazioni. Solo 1 impresa su 7 ha sottoscritto una polizza assicurativa contro i cyber rischi e i danni causati a terzi.
Secondo quanto rivela la seconda edizione dell’Osservatorio Information security e privacy solo il 13% del campione ha adottato delle policy riguardanti l’internet delle cose (pilastro dell’industria 4.0) e il 40% sta valutando le possibili azioni di difesa. Anche per i dispositivi smart si fa ancora troppo poco: appena il 10% delle organizzazioni interpellate adotta delle soluzioni It specifiche.
«Tra le aziende del nostro Paese quasi un attacco su tre va a buon fine e nel 66% dei casi viene scoperto, in media, dopo sei e più mesi. Tra le criticità c’è inoltre la difficoltà di disporre di personale specializzato e le strategie di risposta offrono ampi spazi di miglioramento - aggiunge Paolo Dal Cin, Accenture security lead per Italia, Europa Centrale e Grecia -. Per questo le imprese dovranno lavorare sempre di più e meglio sulla parte di definizione strategica e sulla prevenzione, puntando in modo significativo sull’innovazione».

Fonte: Il Sole 24Ore 

Leggi tutto...

App Salvanegozi

Hanno due finalità: una piace ai commercianti, l’altra soddisfa i consumatori. Sono le app e i siti web che portano i clienti nei negozi fisici, esempio di come il digitale possa aiutare il commercio tradizionale e il cliente contemporaneamente. Secondo le stime di RetailMeNot.it in Italia dal 2014 alla fine del 2017 l’e-commerce crescerà di oltre il 62% superando i 10 milioni di euro.
A livello europeo l’aumento dell’e-commerce provocherà un calo dell’1,5% delle vendite nei negozi fisici.
Un case-study importante in questo senso è quello di Doveconviene, la app che in 8 anni ha raggiunto oltre 22 milioni di euro di investimenti. Si tratta di una piattaforma digitale, accessibile sia tramite app gratuita che dal portale www.doveconviene.it, che mette a disposizione dell’utente informazioni utili come orari, localizzazione e volantini di negozi e supermercati, per aiutare l’utente nella sua scelta.
Da novembre, inoltre, è attivo un servizio di notifica per iniziative, concorsi e novità nelle vicinanze dell’utente, che sfrutta appieno le potenzialità dei dispositivi mobile, sempre più usati da tutti.
Altra app interessante a questo scopo è Checkbonus, che premia i consumatori quando vanno nei punti vendita convenzionati, anche se non acquistano nulla. Tramite GPS  la app localizza l’utente e gli fa accumulare punti per gift card e buoni acquisto da spendere in uno dei negozi convenzionati, indipendentemente da dove sono stati raccolti.
Risparmiosuper, poi, aiuta i consumatori a fare la lista della spesa risparmiando, sempre tramite la localizzazione.
Infine, c’è Ti Frutta che restituisce al cliente una percentuale della somma spesa, attraverso una tecnologia di riconoscimento dati contenuti negli scontrini di cassa di ultima generazione. Basta fotografare lo scontrino dopo l’acquisto e inviarlo alla app che accredita il denaro sul borsellino virtuale dell'utente.

Fonte: Corriere Economia

 

Fonte articolo: Corriere Economia

Leggi tutto...

Giappone: impiegati sostituiti dal robot

Sono in molti a temere il giorno in cui le macchine sostituiranno i lavoratori umani, ma invece che un lontano scenario post-apocalittico, potrebbe essere già realtà. In una più importanti compagnie di assicurazioni giapponesi, infatti, trentaquattro dipendenti saranno licenziati e sostituiti da un sistema di intelligenza artificiale, in grado di calcolare le liquidazioni sanitarie in modo totalmente autonomo.
La Fukoku Mutual Life Insurance (questo il nome della compagnia assicurativa) così aumenterà la propria produttività del 30%, con un risparmio di circa 340 milioni di yen (2 miliardi e 775 milioni di euro) ed un ritorno sull’investimento in meno di due anni.
Il sistema di intelligenza artificiale si basa su Ibm Watson Explorer, in grado di
analizzare e interpretare ogni genere di dato (audio, video, immagini e testo non strutturato), certificati e di storie mediche, per calcolare l’ammontare della cifra da erogare al paziente. Per i primi tempi i calcoli delle macchine saranno comunque supervisionati e approvati dal personale umano, ma questa innovazione rappresenta un enorme risparmio di tempo e denaro per l’azienda.
Altre compagnie assicurative giapponesi hanno dichiarato di voler automatizzare completamente il calcolo delle liquidazioni e durante il mese di febbraio, il ministro dell’Economia giapponese introdurrà, in via sperimentale, un sistema di intelligenza artificiale che avrà il compito di snellire modalità e tempi della redazione di progetti in risposta alle richieste dei ministri.

Fonte: Corriere Innovazione

Leggi tutto...

FOOD ONLINE: MEGLIO SU MISURA

Cereali preparati su misura (con mymuesli.com), biscotti personalizzati da ricevere un’ora dopo l’ordine (a Cupertino con Doughbies), gli abbonamenti giornalieri allo spuntino (si paga un tot alla settimana per snack a domicilio su Naturebox.com) fino alle caffetterie dove la consegna a domicilio include la torrefazione al momento raccontano quanto il food e il largo consumo siano il terreno di conquista per l’innovazione digitale un tempo appannaggio solo di fashion e accessori.
La società Roland Berger ha condotto uno studio sui nuovi modelli di business digitali selezionando 100 start-up «Fast Mover Consumer Goods» in tutto il mondo che ridefiniscono le abitudini di consumo. A emergere è uno scenario dove l’e-commerce del cibo è «una categoria ancora di nicchia nell’online globale (vale circa il 9%, ndr)», spiega Pierpaolo Mamone, principal di Roland Berger e responsabile practice consumer goods, «ma è destinata a crescere grazie alla tecnologia, per un giro d’affari che insieme ai prodotti per la cura della persona sarà di 220 miliardi di dollari (211 mld di euro) entro il 2020 con un incremento del 16% annuo, oltre ogni altra categoria di spesa».
La ragione va ricercata «nei consumatori «always on», sempre connessi, che con il digitale vogliono risparmiare tempo, ma soprattutto fare esperienza di marca, quella gourmet experience tagliata su misura che tante start-up e anche i grandi marchi stanno proponendo in rete».
Alcuni paesi rappresentano già delle best practice nel settore dell’e-commerce del food: è il caso della Corea del Sud e del Regno Unito, dove la percentuale di internet user ad aver acquistato online prodotti alimentari confezionati è pari rispettivamente al 51% e al 37%, mentre in Germania Roland Berger stima che Amazon diventerà il secondo player nel mercato grocery entro il 2020.
La Penisola resta nelle stime un paese più tradizionale nell’approccio alla spesa alimentare. «In generale nel 2017 il tasso di intensità dell’online crescerà se le marche saranno in grado di andare incontro alle domande latenti dei consumatori che vogliono velocità negli acquisti e risparmio in primis», racconta Mamone. «In Italia è dinamico l’e-commerce dei settori consumer electronic e del fashion, ma ci aspettiamo una crescita del food anche nelle categorie meno rappresentate. Parlo di quello che viene definito confectionary, dagli snack al cioccolato ai dolci».
Sono legate proprio al settore dolciario le start-up più innovative legate all’e-commerce del cibo. «Dalla tedesca mymuesli.com ai biscotti della californiana Doughbies, l’online risponde anche a una voglia di artigianalità di preparato al momento», aggiunge Mamone. «Ognuno compone la propria ricetta e ci sono anche abbonamenti online per avere il pranzo sul desk dell’ufficio o lo spuntino pomeridiano a base di frutta secca come garantisce Naturebox».
Anche i grandi brand stanno innovando «per lo più ricorrendo a partnership», afferma la ricerca di Roland Berger. Kitkat Nestlé, per esempio, si è alleato con Android (il sistema operativo di Google), Ferrero insieme con Universal Studios ha lanciato i Tic Tac Minions, E sempre da Kinder Ferrero, secondo quanto risulta a ItaliaOggi sono attesi gli ovetti con la confezione collegata a giochi di realtà aumentata.

(Fonte: Italia Oggi)

Leggi tutto...

CON E-BAY ARRIVA LO SHOPPING EMOTIVO

A fine novembre eBay ha lanciato un temporary shop sperimentale, basato sul fatto che lo shopping natalizio causi non poco stress a tutti gli acquirenti.
Secondo la ricerca condotta da eBay, infatti, durante lo shopping tradizionale i nostri battiti del cuore subiscono un incremento del 33%, soprattutto per gli over 45. Inoltre è stata evidenziata una perdita di interesse negli acquisti dopo 32 minuti, momento in cui generalmente ci si accontenta di un prodotto che non ci soddisfa pur di non dover proseguire con gli acquisti. Per questo il colosso dell’e-commerce ha aperto per due giorni a Londra il primo pop-up store alimentato dalle emozioni, “The Ultimate Do Good, Feel Good Shop”, concepito per rendere l’esperienza di acquisto il più rilassante possibile.
L’ambiente era certamente ospitale e quasi zen grazie a luci basse e neon colorati, senza suoni o rumori superflui.

Qui ogni cliente poteva entrare in una cabina privata con all’interno soltanto un grande monitor ed una telecamera, dove una voce spiegava tranquillamente le istruzioni dello “shopping emozionale” in cuffia. Bastava inserire i propri dati (nome, indirizzo mail, età e genere) e il sistema mostrava ad ogni utente soltanto 12 prodotti, ciascuno per 10 secondi. Le reazioni ad ogni prodotto visualizzato sono state analizzate tramite un sistema di codifica facciale e tecnologia bio-analitica ideate da Lightwave per interpretare le emozioni suscitate da ogni singolo oggetto visualizzato. Si creava così una lista di regali ideale in base al livello di gradimento mostrato dalle reazioni facciali.
A corredo di questa esperienza le emozioni di ciascuno venivano rappresentate tramite un Emotional Tapestry, una proiezione artistica in real time delle risposte emotive agli oggetti mostrati ai clienti nelle cabine.
“Il concetto di non dover acquistare sotto pressione, ma solo perché il prodotto in questione incontra il tuo consenso è un’opportunità davvero interessante. Questo potrebbe diventare per tutti un modo in cui fare shopping, in futuro” ha commentato Julia Hutton-Potts, direttore della comunicazione di eBay Marketplaces.

Fonte: Ninja Marketing

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS