Dal Web

Black Friday e Cyber Monday

La moda del «Black Friday»(folli sconti applicati da negozi fisici e online nel venerdì successivo al giorno del Ringraziamento) si è ormai diffusa in tutto il mondo, Italia compresa ma da dove ha origine?
A quanto pare, dopo aver celebrato il giorno del Ringraziamento, gli americani dedicavano le successive 24 ore di festa (un po’ come il nostro Santo Stefano) allo shopping, spesso per acquistare i regali dell’imminente Natale. Da qui nacque la mossa strategica di sconti ad hoc da parte di molti negozianti.
Il nome “venerdì nero” per alcuni sarebbe nato a Filadelfia e deriverebbe dal pesante traffico stradale che si sviluppa in questo giorno. Secondo altri, invece, sarebbe da far risalire ai libri contabili dei commercianti che passavano dal colore rosso (perdite) al nero (guadagni).
La prima traccia di Black Friday risale comunque al 1924, quando la catena Macy's organizzò la prima parata per celebrare l'inizio dello shopping natalizio, ma fu solo con il boom economico degli anni 80 che questa tradizione commerciale esplose negli Stati Uniti e, successivamente, nel resto del mondo.
Dopo i negozi tradizionali, intorno al 2005, sono cominciati ad aggiungere quelli online, creando una nuova ricorrenza, quella del Cyber Monday, il lunedì dopo la festa, in cui le scoutistiche sono esclusivamente all’e-commerce.
In Italia si registra una maggiore incidenza di acquisti in occasione del Black Friday soprattutto on-line, in quanto il nostro paese non celebra la festa del Ringraziamento e gli acquirenti approfittano delle promozioni a livello globale.
Secondo i dati di una ricerca condotta dal portale di comparazione prezzi Idealo.it, “in Italia, nel 2015 si è registrata una crescita del fenomeno pari al 33,46% rispetto all’anno precedente. In dettaglio, l’incremento percentuale di traffico rispetto alle tre settimane precedenti e successive è stato nel 2015 del 78% per il Back Friday e del 40% per il Cyber Monday.” Nel 2014 la crescita fu più contenuta, con 11,03% di visitatori in più per il Black Friday e solo 4,52% per il Cyber Monday.  
I prodotti più popolari appartengono principalmente al settore dell’elettronica di consumo (console di gioco, robot da cucina, notebook, TV LED, obiettivi, fotocamere, smartphone…).  
Secondo una ricerca condotta da Advisato.it, portale per la raccolta di coupon e codici sconto, il target include principalmente “giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, di cui il 52% è rappresentato da donne, mentre il 48% da uomini.” 
Il coinvolgimento degli utenti e le conversazioni sui social che vertono sul tema degli sconti del black weekend rispecchiano un comprensibile picco di interesse nel giorno del venerdì (45%), in crescita dai giorni precedenti (30%) e poi a scemare nei giorni successivi (25%) quando il consumatore spera ancora in qualche offerta dell’ultimo minuto. 

Fonte dati: La Stampa Tecnologia 

 

 

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PAUSA PRANZO DI SUCCESSO

In media ognuno di noi passa almeno 8 ore al lavoro, praticamente un terzo della giornata, fermandosi solo per una pausa pranzo che no, non si può proprio passare scorrendo gli aggiornamenti dei social media o peggio, addentando un panino senza staccare gli occhi dallo schermo.
Notice Board Company ha realizzato un’infografica con 10 idee per modificare le proprie abitudini, diventare più produttivi e avere successo al lavoro partendo proprio dalla pausa pranzo.
La parola d’ordine? Basta stress. Ecco come:
1. Mangia cibo sano per nutrire la mente e il fisico. Via libera a: noci, uvetta, mandorle, avocado, frutta e cioccolato fondente
2. Riposati
3. Datti degli obiettivi da raggiungere in una settimana, un mese oppure un anno
4. Ricontrolla quello che hai fatto la settimana precedente
5. Fai esercizio fisico: mens sana in corpore sano
6. Socializza, chiacchiera con i colleghi e fai nuove amicizie
7. Gestisci le questioni di tutti i giorni
8. Esci dall’ufficio!
9. Fa qualcosa che ti appassioni
10. Leggi un buon libro

Fonte articolo: Ninja Marketing

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FOOD DELIVERY: LE ULTIME FRONTIERE

Quello delle consegne a domicilio è un campo in continua espansione, che abbraccia i prodotti più disparati.
Tra questi, sicuramente, il più richiesto è il cibo in tutte le sue forme, il che ha aperto le porte da qualche tempo ad un’infinità di servizi di food-delivery e altrettante start-up basate sulla sharing economy per soddisfare tutti i palati a casa propria.



Ultima notizia che interessa questo settore, in ordine di tempo, è l’arrivo (molto temuto dai concorrenti) di UberEats, l’applicazione testata a Londra e New York nei mesi scorsi e atterrata in Italia, a cominciare da Milano.
Dopo il blocco di UberPop (il famigerato servizio taxi con vetture private) in seguito alla sentenza del Tribunale di Milano dello scorso anno, l’azienda cerca così di mantenere alto il proprio nome nel nostro paese. E’ dunque guerra aperta contro gli altri giganti del food-delivery, con centinaia di ristoranti affiliati e servizio consegne gratuito per un primo periodo (dopodiché sarà di 2,5 euro a consegna).


Un’altra importante novità in questo campo arriva dagli Stati Uniti, dove si sta facendo sempre più strada la consegna a domicilio di cibo per animali, cani in particolare. Con siti come Ollie, PetPlate e The Farmer’s Dog vengono offerti pasti completi, salutari e naturali per gli animali da compagnia più amati dalle famiglie.
Tutto questo ha un senso se pensiamo che il giro d’affari dei prodotti per gli animali sfiora i 63 miliardi di euro negli Stati Uniti e i 2 in Italia (Fonte). 

Tornando nel nostro Paese, a Roma c’è Drink Delivery, il primo servizio di consegna bevande a domicilio (alcolici e non), mentre a Bari troviamo Youeat (operativo anche a Milano, Verona e Bologna), unico brand di food delivery al Sud, che consegna anche la spesa.

Bacchette Forchette pensa a vegani e celiaci di Rimini e Milano, Foodracers viaggia su motocicli, Foodinho (Glovo) in bicicletta, Diet to Go pasti bilanciati per chi deve controllare le calorie e Moovenda sfida il traffico di Roma con un algoritmo.

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Facebook al lavoro con Workplace

Il 10 ottobre scorso è stata inaugurata Workplace, la nuova piattaforma di Facebook dedicata al lavoro e alle aziende di tutto il mondo. Oltre dieci anni di perfezionamento per raggiungere questa versione beta che, secondo quanto dichiarato dallo stesso Mark Zuckerberg sul suo profilo, mira a: «connettere tutte le figure presenti nella vostra azienda e trasformare le idee in azioni con gruppi di discussione». Questo avviene attraverso un news feed personalizzato, chiamate audio e video e la possibilità di una maggiore cooperazione, anche a grandi distanze.
In pratica Workplace è il Facebook per connettere i colleghi, dovunque essi siano nel mondo.



Tra le altre funzioni che offre Workplace troviamo: gruppi multi-aziendali, traduzione automatica, trending post e filtri di ricerca. 
L’idea è quella di scorporare più seria di Facebook da quella ludica e di relax creando una piattaforma pur sempre social, ma solo a scopo professionale. 
Tutto nasce da una semplice analisi statistica: il 20% di chi utilizza Facebook durante l’orario di lavoro lo fa per ottenere informazioni che lo aiutino a risolvere problemi professionali, il 17% per creare relazioni più forti con i propri colleghi e il 17% per comunicare con qualcuno interno alla propria azienda (dati pubblicati dal Pew Research Center). http://www.pewinternet.org/2016/06/22/social-media-and-the-workplace/
Piccolo, ma fondamentale dettaglio: Workplace è il primo servizio a pagamento di Facebook. Richiede infatti la sottoscrizione al modello di business e prevede un sistema di tariffe mensili per utente attivo. Le aziende, infatti, pagano solo per quello che effettivamente utilizzano.
Al momento i cinque paesi che utilizzano di più Facebook Workplace sono India, Norvegia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia.

Fonte: The next tech/Startup Italia

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Cos'è la sharing economy?

Meglio la sharing economy del quantitative easing della Bce. Almeno per rilanciare l'economia: "Con l'aumento dell'offerta, cresce voglia di consumare. E la condivisione dei beni aumenta la disponibilità monetaria, migliorando l'allocazione delle risorse ". Arun Sundararajan, professore alla New York University, è uno dei massimi esperti di sharing economy, eppure non nasconde i dubbi sul termine sharing sottolineando che di condiviso non c'è nulla: "Quando iniziammo a parlare di social network con Facebook e Twitter dimenticammo che la socializzazione era un'altra cosa. È amicizia, amore, è stare insieme nella vita reale, non virtuale. Oggi parliamo di una condivisione più intima come una casa piuttosto di una stanza d'hotel, ma ci riferiamo sempre un servizio a pagamento".
Qual è la definizione giusta?
"Parliamo di una nuova offerta di servizi che vengono venduti. Non siamo di fronte a concetti rivoluzionari, ma stiamo assistendo a una transizione verso un nuovo capitalismo. La sharing economy è qualunque mercato che aiuti lo scambio individuale attraverso una piattaforma decentralizzata, da Airbnb a Bla-Blacar".
Non è troppo parlare di nuovo capitalismo?
"Si sta delineando una nuova architettura sociale. Il consumatore è sia fruitore che produttore di beni e servizi. E i collaboratori si trasformano in microimprenditori. I giganti che arriveranno sul mercato si poggeranno sulle spalle di persone indipendenti e senza di esse il loro giro d'affari, basato sulle commissioni incassate per le singole operazioni, non potrebbe prosperare".
In questo modo verrà stravolto il concetto stesso del contratto di lavoro.
"Sì, ma le prospettive sono ottime. Le barriere all'ingresso si sono abbassate: non si parla di fare concorrenza a Google o Facebook, ma a piattaforme che offrono servizi continuamente migliorabili. Mi viene in mente il caso di Juno, la start up newyorkese che minaccia Uber offrendo lo stesso servizio, ma chiedendo agli autisti una commissione pari alla metà di quella dei rivali".
I regolatori nazionali che ruolo giocano?
"La condivisione è una cosa molto europea perché la società americana è individualista. Eppure il ruolo dei regolatori è molto diverso: negli Usa non si interviene fino a quando le cose non vanno male, da voi accade esattamente il contrario, nulla inizia senza il via libera delle authority. E questo rallenta tutto".

(Tratto da: Repubblica.it)

 

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Il CHIOSCO NELLA CABINA

Avevamo già parlato dell’inversione di tendenza del mercato per cui dai grandi centri commerciali si sta passando ai min-shop e temporary store.
A questo proposito da Londra arriva un’idea innovativa, ma che conserva lo stile tipico inglese: il punto vendita nella cabina telefonica.
Questo uso creativo delle cabine si deve all’ingegnosità della Red Kiosk Company, che un paio di anni fa ha ottenuto il permesso di riutilizzare le cabine telefoniche semi-abbandonate per lanciare piccoli business.
Grazie alla Red Kiosk, gli imprenditori possono affittare una cabina telefonica per circa 15 sterline al giorno o acquistarla per 15.000 sterline.
Un esempio è quello di Ben Spier, che ha trasformato la cabina rossa in un salad bar in Bloomsbury square, lo Spier’s Salad. Insalate preparate solo con prodotti freschi e di agricoltori locali per promuovere la filiera corta.

Ma è possibile aprire cabine che vendono potenzialmente di tutto: dal caffè allo zucchero filato, dai frullati al fish&chips.
Insomma, la vendita ambulante ha cambiato volto.
E in Italia quale potrebbe essere un valido equivalente visto che le “vecchie” cabine telefoniche sono state quasi tutte rimosse con l’avvento dei cellulari?

Fonte: Startupitalia!

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Il drone consegna pizze

La pizza? Dal prossimo anno potrebbe consegnarvela un drone.
La sperimentazione è già partita in Nuova Zelanda, con il primo test lo scorso agosto sponsorizzato dalla catena internazionale Domino's Pizza.
La società che lo ha costruito si chiama Flirtey e la Nuova Zelanda ha emanato già nell'agosto 2015 una legge che permette le consegne via drone.
«Abbiamo sempre detto che non ha senso usare una macchina da due tonnellate per un ordine da due chili», ha dichiarato l'amministratore delegato di Domino's, Don Meij. Il mezzo è stato ribattezzato «Dru Drone», ha sei eliche, viaggerà a un'altezza di 60 metri e a 30 km orari e avviserà il cliente quando sarà in prossimità dell'arrivo.
Deve essere guidato a distanza da un essere umano, che lo monitora e segue in ogni momento per evitare possibili ostacoli.
Il drone va ad aggiungersi al resto della flotta usata dalla catena per le proprie consegne: auto, scooter, bici elettriche e il robottino consegna-pizze Dru (Domino's Robotic Unit), lanciato lo scorso marzo e ancora in fase di sperimentazione.
Nella prima fase sperimentale il drone sarà usato per la consegna di pizze ad una distanza massima di 1 km e mezzo, ma l'obiettivo è raggiungere una distanza di 10 km. 
In futuro Domino's ha intenzione di estendere il servizio in Australia, Belgio, Francia, Germania, Giappone e Olanda.

Fonte: Corriere Innovazione

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Arriva il supermercato del futuro

Arriverà a Milano entro il 2016 il supermercato del futuro.
Lo ha annunciato Coop che ha deciso di far diventare realtà l'esperienza dimostrativa di Expo 2015. Il supermercato 2.0 prenderà vita all’interno del Bicocca Village nel quartiere milanese di Bicocca, appunto. Il negozio coprirà circa 1000 mq – di cui 300 dedicati alla sola ristorazione - e sarà come una grande piazza in cui fare la spesa, aiutati dalla realtà aumentata.

@http://www.greenretailexpo.it/

Tutte le informazioni sui prodotti in vendita, infatti, appariranno direttamente sullo smartphone degli utenti. Saremo in grado di leggere prezzo,valori nutrizionali,provenienza e promozioni di tutti gli articoli sullo schermo del nostro cellulare, senza bisogno di spingere carrelli, scandagliare scaffali e perdersi tra le corsie.

@http://www.mammaonweb.it/


"Il Supermercato del Futuro di Expo 2015 è stata un’opportunità unica per dimostrare al mondo la nostra enorme capacità di innovazione (...)  nei prossimi mesi a Milano apriremo un nuovo punto vendita dove ripartiremo dagli elementi del concept di Expo – ad esempio le etichette interattive, ndr – adeguati a un contesto commerciale reale, quotidiano e permanente» ha spiegato il presidente del gruppo Coop Italia Marco Pedroni.
Si tratta di un'ulteriore dimostrazione della lenta ma inesorabile evoluzione del consumatore italiano, sempre più digitalizzato e attendo alla propria spesa.

Fonte articolo

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La spesa? La trovi nel portabagagli

Come se non bastassero le spese acquistate online e ritirate a punto vendita e quelle consegnate a casa entro un’ora, Volvo è pronta ad andare oltre il normale shopping online facendo trovare agli utenti la spesa direttamente nel portabagagli.
L’ambizioso progetto nasce dalla collaborazione con la start-up Urb-it, ideatrice dell’innovativa app che consentirà di ricevere la spesa in macchina entro due ore dall’acquisto.


La sperimentazione partirà da Stoccolma, per poi allargarsi ad altre città europee ed arrivare fino a 200 entro il 2025.
Non ci sarà bisogno di lasciare l'auto aperta e incustodita, poiché saranno compatibili solo le Volvo connesse online, apribili tramite la app dagli Urber, questo il nome dei personal shopper del futuro.
Il proprietario dell'auto riceverà nome e info sull’Urber incaricato della consegna, con la possibilità di scegliere la persona che si ritiene più adatta. 
Nel caso il tempo massimo di due ore non sia rispettato, la consegna sarà gratuita.
Qui trovate il video promozionale dell’app. https://youtu.be/c8t21wARzpE

Fonte: dday.it 

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Nasce l'etichetta 2.0

Sono passati più di quarant’anni dall’invenzione del primo codice a barre, sperimentato nel 1974 in un supermercato dell’Ohio su un banalissimo pacchetto di gomme da masticare (oggi si trova ora nello Smithsonian’s National Museum of American History di Washington Dc).
Oggi il passaggio dei prodotti sul lettore ottico delle casse ci sembra una cosa normalissima (tanto che in molti supermercati lo possiamo fare anche noi stessi con le casse-self) ma ci sono voluti una ventina d’anni per perfezionarne il metodo che oggi vanta anche un’associazione di rappresentanza internazionale, la Gs1, con sede a Bruxelles e 108 filiali in tutto il mondo.
La sede di Milano, Gs1 Italy, sta perfezionando un’evoluzione del codice a barre da qualche anno, con un progetto chiamato Immagino, per la digitalizzazione dei prodotti di largo consumo.
Hanno deciso di aderire al progetto circa mille aziende produttrici di beni di largo consumo in Italia, coinvolgendo anche la maggioranza dei marchi della Gdo loro clienti. Questo sistema consiste nel pesare, misurare e fotografare ogni singolo prodotto e inserirlo, insieme a tutte le informazioni riportate in etichetta, all’interno di un unico database.
In questo modo, tramite la lettura di un semplice codice a barre, anche l’utente a breve potrà accedere a tutte le informazioni corrette e verificate relative al prodotto, con la collaborazione di produttori e distributori.
Al momento le foto sono già utilizzate dai distributori per l’allestimento degli scaffali virtuali nei rispettivi e-commerce, ma «presto sarà possibile ottenere informazioni puntuali sui consumi di prodotti in base a nuove classificazioni, dal free from al made in, un patrimonio informativo finora inedito e a disposizione di aziende e consumatori», assicura Marco Cuppini, direttore ricerca Gs1 Italy.

Fonte: Corriere Innovazione

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I MIGLIORI CONCEPT-STORE AL MONDO/11

Continuiamo a viaggiare per il mondo alla ricerca di idee innovative ed efficaci per realizzare un concept store. Oggi siamo a Tel Aviv, per scoprire il negozio “fronte del porto” della casa di moda israeliana Comme-il-Faut, all’interno del complesso Bayit Banamal.


Comme-il-Faut nasce dall’unione di 24 donne, un consorzio, di Tel Aviv per creare moda e arte prettamente femminili e promuovere designer e artisti locali. Da qui nasce l’aspetto e lo scopo tutto al femminile di questo concept store dalla location unica: un hangar al porto di Tel Aviv, con vista sul mare.
Le ideatrici di questo progetto definiscono così le destinatarie del loro store: “donne indipendenti, consapevoli, mature e sicure di sé. Persone che non seguono le mode. Donne che comprendono la qualità e la moda, in particolare i nostri pezzi senza tempo”.


All’interno del concept store troviamo dunque 20 boutique che non offrono solo capi di abbigliamento di ogni foggia e tipo, ma anche gioiellerie, negozi di scarpe, accessori, un sex shop, un ristorante e una Spa per sole donne che offre trattamenti olistici per il corpo.
Nel Bayit Banamal è possibile anche seguire corsi di danza del ventre, yoga, ecc.. e vedere mostre di artisti e fotografi locali, rinnovate ogni 3 mesi e che vertono prevalentemente su tematiche femministe.
La struttura avveniristica che ospita il Comme-il-Faut è immacolata e curata in ogni dettaglio, con una visione chiara di ogni boutique presente all’interno, dai negozi di design israeliani, a quelli di accessori che vanno dalle ceramiche agli oggetti per la casa.



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CUSTOMER SATISFACTION NELL'E-COMMERCE

Qualche tempo fa in un articolo su questo sito abbiamo parlato della scomparsa dei negozi fisici in favore di quelli virtuali e dell’integrazione dei punti vendita con la loro controparte on-line (il cosiddetto modello “bricks&clicks”).
Guardando agli Stati Uniti il 2016 può essere considerato l’annus horribilis per i negozi tradizionali, con la chiusura di ben 100 punti vendita per la storica catena Macy’s, che cede così il passo a Amazon&co. Anche altri importanti mall statunitensi hanno annunciato chiusure imminenti (e conseguenti cali in borsa) e il rimedio pare essere proprio quell’e-commerce che fino ad oggi sembrava il nemico numero uno. In generale le strategie di risollevamento prevedono, infatti, una concentrazione delle risorse sugli store più redditizi: ingrandendoli, aumentando la qualità dei prodotti e investendo nelle nuove tecnologie.
Ma come sappiamo bene anche il passaggio all’e-commerce va fatto con cognizione di causa, imparando dall’esperienza (anche altrui) e migliorando il servizio offerto ai propri clienti.
A questo proposito, una recente indagine ha fatto la classifica dei servizi più valutati dagli utenti che acquistano on-line: ad esempio, se le spese di spedizione non sono incluse potreste perdere punti. Calcolando il valore di vendita del prodotto medio e il numero di vendite medie nell’arco della stagione potrete calcolare il costo di spedizione medio e applicarlo sui prodotti da vendere, trovando formule per giustificare la spedizione gratuita.
Stesso discorso per i tempi di spedizione: se superano i 5 giorni gli acquisti calano inesorabilmente.
Cosa incentiva dunque gli acquisiti su e-commerce? Nell’ordine: spedizione gratuite, tempi di consegna brevi, più possibilità di pagamento, possibilità di salvare il carrello, storico degli ordini, opzioni di spedizione e suggerimenti di prodotti che potrebbero interessare l’utente.

Fonte articolo: Searchadvertising.it 

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Le regole del digital detox

La scorsa settimana abbiamo accennato alla nuova moda del digital detox per manager e imprenditori: si tratta di un periodo “disconnessi” per riappropriarsi dei propri ritmi biologici e abbandonare lo stress e il cellulare, almeno per qualche giorno.
Esistono centri specializzati e resort che propongono pacchetti completi per chi vuole “staccare la spina” nel vero senso del termine, ma possono bastare anche poche regole di buonsenso da applicare a casa propria per rigenerarsi senza bisogno di una vacanza vera e propria. Vediamole insieme.

1) Fate il punto della situazione
Vi sembra di passare troppo tempo connessi? Fate la prova del nove: con applicazioni come “Rescue Time” (per Mac), “Moment” (per iPhone) o “Phone Addict” (per Android), potrete “tracciare” l’effettiva quantità di ore che trascorrete attaccati a computer e smartphone, con attività più o meno produttive.  

2) Stabilite le regole
Una volta stabilita la quantità di tempo da ridurre, stabilite un obiettivo: quale mezzo usare meno, a quali social network potete rinunciare, quali momenti della giornata dedicare ad altro,… Gli esperti suggeriscono di stilare un diario per valutare i progressi e tenere alta la motivazione anche dopo il momento di entusiasmo iniziale.

3) Preparatevi 
Preparatevi al digital detox vero e proprio con piccole attività propedeutiche: un fine settimana o le vacanze senza smartphone e laptop, attività che non prevedano l’accesso alla rete (un corso di cucina, una nuotata in piscina, uno spettacolo teatrale). Potete anche scollegare il vostro smartphone dal wifi per usarlo solo come cellulare.

4) Create delle “zone franche”
Stabilite delle zone franche in casa dove la tecnologia non è ammessa, come ad esempio a tavola o in camera da letto. Questa decisione dovrebbe coinvolgere l’intera famiglia, creando una rete di supporto per riuscire a gestire il detox tutti insieme.

5) Puntate la sveglia
Sono in molti a nascondersi dietro la scusa della sveglia per tenere il cellulare sempre acceso e vicino. Il problema è facilmente risolvibile: basta una sveglia sul comodino e un orologio sul polso, vecchi metodi, ma sempre infallibili.
 
6) Riorganizzate la gestione della posta elettronica
Innanzitutto chiedetevi se la vostra professione richiede un controllo costante della posta elettronica. Se la risposta è sì, potete evitare il controllo compulsivo dello smartphone innanzitutto silenziando le notifiche (che vi tolgono anche la concentrazione durante lo svolgimento di altri lavori) e poi allungate i tempi fra un controllo di posta e l’altro, ad esempio scegliendo di scaricare sul cellulare la posta tre volte al giorno (alle 9, alle 13 alle 16) magari indicando questi orari accanto alla vostra firma in calce al messaggio per tranquillizzare clienti e colleghi.

7) Attenti ai micro-moments
Gli analisti di Google hanno dato un nome a tutte quelle volte in cui sentiamo l’urgenza di soddisfare una curiosità tramite una ricerca on-line: “micro-moments”. Per allenarsi a tenere sotto controllo questi momenti e ridurre il tempo dedicato al browsing, si può differire la soddisfazione della curiosità annotandola su un foglio di carta e rimandano la ricerca ad un singolo momento della giornata.

8) No al multitasking
Fate una cosa alla volta, ma concentrati. Silenziate le applicazioni, oppure assegnate suonerie diverse per messaggi che riguardano la sfera della socialità e quella professionale.

9) Occhio all'orario di lavoro 
In base a un sondaggio condotto da Gallup lo scorso anno quasi il il 50% di chi controlla la posta dell’ufficio fuori dagli orari di lavoro si definisce “molto stressato per gran parte della giornata”. Dunque, se avete degli orari di lavoro, cercate di rispettarli limitando le distrazioni e non accedete alla posta dell’ufficio fuori dagli orari di lavoro.

10) Invertite la tendenza 
Negli ultimi anni lo smartphone è diventato il nostro diario di bordo (o diario segreto, a seconda delle occasioni), che ne dite di invertire la tendenza? Invece di controllare il telefono come prima cosa al mattino e ultima alla sera, tenete un diario vero e proprio sul comodino dove annotare buoni propositi, sensazioni e accadimenti stabilendo una sorta di rituale alternativo per iniziare e finire la giornata.

Fonte: D.repubblica 

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I migliori concept-store al mondo/10

Oggi voliamo fino in Giappone, dove spesso le novità arrivano prima in fatto di marketing e commercio, per scoprire un concept store che è riuscito nel doppio intento di riqualificare un’area urbana e creare un punto vendita originale e frequentatissimo.
Si tratta di The Pool ad Ayoama, quartiere all’ultimo grido della capitale nipponica, che, come suggerisce il nome, è stato creato all’interno di una vecchia piscina comunale costruita negli anni ’70 e successivamente abbandonata.
All’interno del distretto più trendy di Tokyo, sorge dunque questo negozio di accessori, abbigliamento, street-wear e oggettistica più disparata, ideato dal designer, musicista e produttore Hiroshi Fujiwara.



Le vasche della piscina sono state chiuse da lastre di vetro sulle quali è possibile camminare, che hanno permesso di mantenere l’aspetto originale dell’ambiente.
Lo stesso si può dire delle porte degli spogliatoi originali e degli oggetti tipici delle piscine (galleggianti, sdraio, ripiani antiscivolo) recuperati con usi nuovi e adattati allo store.
All’interno del negozio è stata allestita anche una mostra sulla storia dello street-wear che raccoglieva jeans, giacche, cappelli e t-shirt degli anni passati. Per l’occasione è nata anche la capsule-collection “Once in a Lifetime” disponibile anche per l’acquisto online.



The Pool ha anche un caffè che offre toast gourmet di ogni tipo (anche dolci) e un negozio di fiori costruito in stile serra.
Purtroppo l’idea originale era quella di un temporary-store e la chiusura è prevista entro il 2016, ma ancora non è stato comunicato nulla in proposito dal retailer.

 

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10 consigli per la digitalizzazione

E’ cosa ormai nota che, tra i Paesi europei, l’Italia è quello più indietro sul fronte della digitalizzazione. Indipendentemente dalla causa (mancanza di infrastrutture e fattori economici e culturali) esistono dei metodi per accelerare il cambiamento e il progresso su questo fronte e gli ultimi dati mostrano un segnale di cambiamento.
La community dei lavoratori della rete Wwworkers.it già 3 anni fa aveva consegnato alla politica un manifesto per portare l’Italia nell'economia digitale: 10 azioni incentrate su connettività, cultura digitale e welfare. Lo scorso 30 giugno sono tornati alla Camera dei Deputati per un riscontro. Il risultato? Semaforo giallo per 7 azioni su 10.
Ecco quali sono i 10 punti fondamentali:

1. Erodere il digital divide
Semaforo verde, l’unico, per questa prima azione che prevede di sostenere la spinta per la copertura nazionale di servizi con banda larga e ultralarga, anche in realtà geografiche lontane dai contesti metropolitani, attraverso investimenti pubblici e incentivi a quelli privati. Da marzo 2015 a oggi, infatti, la copertura a 30 Mbps è passata dal 26,4% al 35,4%. Resta l’obiettivo di raggiungere il 100% entro il 2020.
2.Pensare al Wi-Fi come alla toilette
Semaforo giallo per il secondo punto volto a promuovere l’obbligo per gli esercizi pubblici di rendere la connessione Wi-Fi disponibile e pubblica, come avviene oggi per i servizi igienici. Tra le città italiane, in testa Milano, seguita da Roma, Firenze, Verona e Genova. A Milano gli HotSpot gratuiti sono 370, contro i 450 di Barcellona.
3. Alfabetizzare al digitale
Semaforo giallo per la promozione di un piano per l’alfabetizzazione digitale, coinvolgendo il terzo settore, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e gli enti locali.
4. Digitalizzare il made in Italy
Semaforo giallo per questo punto che ha come obiettivo l’incentivazione alla creazione di reti digitali tra le piccole e medio imprese, volte alla collaborazione e all’internazionalizzazione, anche attraverso la messa in comune di banche dati e scambi tra realtà differenti, per rafforzare la collaborazione e raggiungere i mercati. Il 31% delle aziende non ha un sito Internet, il 70% non usa i social media.
5. Ascoltare la rete, adottando le tecnologie
Il settore legato all’economia digitale è trasversale ai differenti settori produttivi e spesso escluso dai meccanismi di concertazione. Aprire la discussione pubblica a queste realtà permetterebbe di programmare politiche più attente alle innovazioni. In Italia, solo il 36% degli utenti Internet si può definire “forte” in quanto lo utilizza almeno una volta al giorno. I non utenti sono pari al 38%. Per questo, anche in questo caso, semaforo giallo.
6. Ciò che è prodotto con soldi pubblici, sia pubblico e in rete
Il sapere prodotto nelle università, la cultura sostenuta da fondi pubblici, i dati elaborati dalla Pubblica Amministrazione devono essere accessibili a tutti e utilizzabili per promuovere attività economiche. Occorre che si scelga l’open data per trasparenza, semplificazione e miglioramento dei servizi al cittadino. Semaforo giallo.
7. Il telelavoro come diritto
In questo modo si favorirebbe la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, si spingerebbe l’innovazione delle imprese e si abbatterebbero i costi ambientali e strutturali legati agli spostamenti casa-lavoro. Negli Stati Uniti la media di forza lavoro che adotta smart working e lavoro in remoto è dell’11%, in Messico del 30%; in Italia e Francia del 7%, contro una media europea del 18%. Semaforo giallo
8. Ripensare il welfare nell’ecosistema digitale
Primo semaforo rosso per il punto che prevede di istituire il diritto a una pensione di base per tutti i lavoratori, a una indennità di maternità universale e a proporre un salario minimo garantito per le attività parasubordinate. Infine importante promuovere la diminuzione del carico fiscale contributivo per i lavoratori autonomi, la cui aliquota contributiva (per i non iscritti alla gestione separata INPS) è fissa al 27% dal 2013.
9. Dare spazio (e ripensarlo) alle nuove imprese
Semaforo rosso anche per questa ultima azione richiesta dai wwworkers per fornire in locazione agevolata immobili inutilizzati della Pubblica Amministrazione, in modo da creare spazi di coworking per startup innovative e legate al mondo digitale.

Fonte: Corriere Innovazione

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Manager in vacanza

In un giorno la popolazione mondiale trascorre mediamente 39mila anni su Facebook, dato che 1,23 miliardi di persone passano in media 17 minuti al giorno sulle pagine del social network. Basterebbe questa cifra a farci riflettere sul tempo che dedichiamo al digitale, ma dobbiamo aggiungere le ore trascorse a lavorare, leggere mail, scattare e postare foto o scorrere le notizie del feed.
Il risultato si chiama iperconnettività e in alcuni casi potrebbe diventare addirittura una patologia che ci impedisce di riposare bene la notte e stare rilassati di giorno, anche in vacanza.
Nasce da qui la teoria del digital detox, un periodo di disintossicazione digitale da trascorrere in resort, strutture turistiche o camping appositi (negli Stati Uniti sono fioriti di Digital detox Camp per adulti negli ultimi due anni) completamente disconnessi.
Una vacanza consigliatissima a tutti i manager e gli imprenditori abituati a non fare neanche un passo senza smartphone o tablet, al contrario dei Millennials, nativi digitali che stanno invertendo la tendenza e le aspettative partendo per le ferie senza dispositivi mobili.
Il primo studio in merito è stato svolto lo scorso marzo da Intel Security in nove Paesi su 13.960 persone di età compresa tra 21 e 54 anni. Il risultato è che le donne trovano maggiori difficoltà nello stare completamente scollegate (44% intendono farlo ) rispetto agli uomini (59%). Circa il 47% degli uomini ha dichiarato che avrebbe lasciato a casa lo smartphone, contro il 37% delle donne. Per il 65% la vacanza è stata più piacevole dopo aver spento tutto e l'88% degli intervistati ha ammesso di non essere stressato dal fatto di essere scollegato dal lavoro e dalla vita abituale. Il 51% di coloro che si è messo in modalità detox si è integrato meglio con i compagni di viaggio, e proprio per il fatto di non essere distratto dai contatti virtuali.
Il proposito di non consultare le email di lavoro viene rispettato di più in Canada, dove si astiene il 60% , e in Europa: ce la fa il 59% dei tedeschi, il 56% dei francesi e il 54% degli olandesi, il 52% degli spagnoli. Meno negli Stati Uniti: ci riesce il 49% appena. E il 68% degli interpellati americani ha riferito di controllare la posta elettronica personale e di lavoro almeno una volta al giorno, ogni giorno, anche in vacanza.
Per quanto riguarda poi le abitudini digitali dei manager in vacanza la società internazionale di recruitment Hays ha svolto un sondaggio su un campione di più di 300 fra manager e top manager italiani.
E’ emerso che il 97% degli intervistati sa che utilizzerà il proprio telefonino per ricevere aggiornamenti dall'ufficio anche in vacanza. Il 34% lavorerà anche i spiaggia, il 51% aprirà la casella di posta elettronica aziendale.
Tra i dispositivi tecnologici più utilizzati il primo posto va allo smartphone (97%), seguito da notebook e tablet (rispettivamente 32% e 31%). I manager italiani, poi, non rinuncerebbero mai al proprio smartphone (46%), alla macchinetta del caffè (27%) e ad altri tecno-gadget come l'e-book (17%) neanche su un’isola deserta.

Fonte dati: Job24 

 

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SE IL NEGOZIO DIVENTA MINI

I primi a sperimentare questa nuova tendenza sono stati i giganti dell’elettronica tedesca, in primis Saturn e Metro AG che a Berlino hanno cominciato ad aprire punti vendita molto più piccoli del solito, fino a un terzo dei normali negozi.
Il Media Markt più piccolo della Germania si trova alla stazione centrale di Berlino, aperto a fine maggio, con soli 800 metri quadrati di superficie di vendita. Anche Saturn ha intenzione di osare di più (o di meno, verrebbe da dire) con il nuovo concept «Saturn Connect», costituito da negozi tra i 300 e i 700 metri quadrati.

@morgenpost.de

Neanche Ikea resta a guardare, infatti se eravamo abituati ai classici magazzini blu con una superficie di 25.500 metri quadrati, potremmo cominciare a vedere sempre più punti vendita “pick-up”, cioè di raccolta e ritiro merce, che arrivano al massimo a 800 mq (come quello di Ratisbona). In questi “mini-Ikea” si trova un piccolo spazio espositivo, consulenza, possibilità di ordinazione e si può ritirare la merce ordinata on-line e off-line.

@ikea.com

Le motivazioni di questa conversione al negozio “formato giocattolo” potrebbe essere dovuta non solo ad un risparmio di risorse economiche e burocratiche, ma anche al boom degli ordini on-line che rendono necessario soltanto il ritiro al punto vendita (quando non è prevista una consegna a domicilio).
Potremmo definire questi mini-negozi una sorta di fusione tra il commercio classico e quello online: qui è infatti possibile risparmiare spazio servendosi delle moderne tecnologie (tablet o terminali online) al posto dei classici scaffali o show-room.

Fonte: Tio

 

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Centri Commerciali Addio?

L’idea che i centri commerciali avessero iniziato il loro declino ha cominciato a serpeggiare già qualche anno fa, quando negli Stati Uniti, culla degli shopping mall, questi grandi tempi del consumismo hanno cominciato a chiudere i battenti.
Nell'ultima decade, una trentina di questi punti vendita hanno chiuso. Il caso più eclatante è stato il famosissimo Macy’s che a gennaio di quest’anno ha deciso la chiusura di molti magazzini, a seguito di un drastico calo delle vendite.
Sempre negli U.S.A. è nato anche un fenomeno di riconversione di questi luoghi, definiti “dead malls” (centri commerciali morti), dove grandi aziende come Google hanno deciso di trasferire i propri uffici. Si tratta infatti di aree immense, il cui disuso sarebbe un problema per le città in cui si trovano, oltre che un enorme spreco di risorse.
È addirittura nato un sito specializzato per censire questi luoghi che in alcuni casi sembrano città fantasma e l’associazione di categoria dei centri commerciali americani (Council of Shopping Centers) sta tentando di contrastare il declino tramite la consulenza di una grande società di relazioni pubbliche, Burson-Marsteller, "per contrastare la pubblicità negativa".
Ma il mercato è inesorabile: su 1.200 centri commerciali censiti negli Stati Uniti, il 15% è a rischio di scomparsa perché disertato dai consumatori.
Ma il fatto che i centri commerciali cominciano a perdere colpi, non implica per forza una crisi della grande distribuzione in generale. Infatti, analizzando i consumi medi delle famiglie (in America come in Europa) questi non sono calati, ma si sono semplicemente spostati: la fascia di spesa medio-alta verso i piccoli negozi locali, quella medio-bassa verso i discount.
L’analisi in Italia è stata svolta telefonicamente da TradeLab su Milano, Roma e Catania ed ha coinvolto 3.000 utenti, 1.000 per ogni provincia e hinterland, di età compresa tra i 18 e i 74 anni.
Rispetto al 2015 l’affluenza ai centri commerciali è diminuita (-6,6 %), ma i numeri rimangono comunque elevati: il 90,5% degli intervistati li frequenta. Contemporaneamente è in aumento il numero di persone che usano internet per il proprio shopping (il 65,2% dei partecipanti all’indagine, +5.8% rispetto al 2015), mentre cala l’attenzione dei consumatori per i negozi nei centri urbani (-7%). 
I consumatori preferiscono recarsi direttamente in negozio soprattutto per saperne di più sui prodotti per la cura della persona e profumeria, beni per la casa e abbigliamento (circa 90%). Nel settore alimentare rimangono in voga i volantini (19,6%), mentre per l’elettronica e la telefonia la maggior parte delle persone esegue ricerche su internet.
In questo panorama, come è possibile rilanciare i centri commerciali? Utilizzando internet per valorizzare la propria immagine, per sviluppare e mantenere le relazioni con i clienti, a partire dai social media, dalla creazione di un sito web, fino all’utilizzo di pubblicità on line, blog, newsletter e perché no, anche di un’apposita applicazione. Secondo la quasi totalità degli esperti (96,8%) nei prossimi anni aumenteranno gli investimenti nella comunicazione web/digitale, mentre uno su due pensa che aumenteranno anche sul fronte dell’unconventional e guerilla marketing e di eventi e concorsi all’interno del centro commerciale, tuttavia è fondamentale che gli eventi creati siano mirati e distintivi.

Fonte: Sofarmamorra

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I MIGLIORI CONCEPT-STORE AL MONDO/9

In odore di Olimpiadi 2016, ci trasferiamo anche noi in Brasile, ma non a Rio, a San Paolo, per scoprire un concept store in tutto e per tutto carioca: Clube Chocolate.
Tre piani dedicati ai designer locali di gadget, abbigliamento, fiori e accessori per tutti i gusti.



Anche l’architettura dello store riflette questa “brasilianità” con interni in legno color miele e luce naturale, accentuati dal lavoro dell’architetto Isay Weinfeld dalla scalinata a chiocciola in bronzo.



Nei 1800 metri quadrati dello store non mancano ovviamente bar e ristorante (dove tutto ciò che è sul menu è anche in vendita, da portare a casa) nei quali potete anche camminare a piedi scalzi, sulla sabbia, tra le palme che ricreano l’ambiente di una tipica spiaggia brasiliana.



Ultimo arrivato al Clube Chocolate è il corner Fruit Bank, dove sono in vendita kit di frutta per porre rimedio a qualsiasi problema, dalla cellulite alla depressione.
E per sorprendere i clienti ci sono persino delle voliere con uccelli tropicali rarissimi!

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RICERCA: NUOVE SFIDE PER I RETAILER

Negli ultimi anni lo scenario del mercato si è evoluto rapidamente seguendo il continuo cambiamento dei consumatori e dei loro bisogni. E proprio intercettare questi bisogni sarà la sfida per la crescita futura, come emerge dalla Global Survey Retail Growth Strategy elaborata da Nielsen intervistando più di 30.000 consumatori online in 61 Paesi.
La prima sfida che i retailer dovranno affrontare è capire come migliorare l’esperienza dei consumatori quando fanno la spesa e come soddisfare pienamente le loro necessità. In Italia, al 60% dei consumatori piace fare la spesa (tanti rispetto al 42% della Francia e al 44% della Gran Bretagna) e i punti vendita hanno tutto quello di cui hanno bisogno, per il 61% degli intervistati. Tuttavia, gli italiani vorrebbero un’esperienza più personalizzata: meno della metà ritiene che i retailer capiscano i loro bisogni nel fare la spesa. 
E come possono i dettaglianti soddisfare questi bisogni? Innanzitutto facendo attenzione all’offerta, perché gli Italiani si dimostrano attenti a quello che comprano:  il 55% legge attentamente le informazioni nutrizionali riportate sulle etichette dei prodotti e il 65% cerca prodotti che contengano ingredienti salutari. Il numero di consumatori che cercano principalmente prodotti con ingredienti naturali è in crescita, seguito dal fatto che sia un cibo BIO o a ridotto contenuto di sale/grasso. L’incidenza varia però notevolmente in base alle categorie: per panificati, latticini, carni e frutta/verdura sono oltre il 20% coloro che cerano prodotti con solo ingredienti naturali, mentre la percentuale di coloro che cercano frutta o verdura BIO è del 15%.
I consumatori sono anche in cerca di nuovi prodotti: il 48% ama provare nuovi brand e il 39% vuole essere tra i primi che li provano. 
Convenienza e comodità sono le due ragioni principali che spingono a scegliere un negozio invece di un altro. E questo non significa solo prezzi bassi, ma un buon rapporto qualità prezzo: se infatti il 48% degli intervistati dice che sono molto influenzati dal fatto che il negozio abbia i prezzi più bassi in generale, ancora maggiore la quota di coloro che indicano un buon rapporto qualità prezzo come fattore che influenza la scelta del negozio. I consumatori vorrebbero inoltre un negozio che sia facilmente raggiungibile e dove poter trovare tutto quello di cui hanno bisogno, sia di genere alimentare che non (rispettivamente 49% e 48%). Segue poi la qualità dei prodotti, in particolare dei freschi: il 52% dice che questo ha una forte influenza sulla scelta del negozio, mentre il 39% è interessato alla qualità del reparto carni.   
Il consumatore, dunque, non cerca solo il prodotto ma l’esperienza migliore, ecco perché i moderni centri commerciali includono spesso una serie di servizi extra. Vediamo così che il 60% degli intervistati indica la presenza di bar e il 50% di servizi di ristorazione dove fanno regolarmente la spesa, usati rispettivamente dal 36% e dal 18% dei consumatori intervistati.  Ma quali servizi vorrebbero i consumatori? Il  29% usufruirebbe volentieri di un servizio di posta, seguono poi le richieste di farmacie e stazioni di benzina.   
Qui trovate un’infografica che riassume l’indagine Nielsen.

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