Dal Web

L'IMPORTANZA DEGLI INFLUENCER

Esiste tutta una nuova schiera di mestieri 2.0 dei quali molti di noi non conoscevano l’esistenza fino a pochi anni, o addirittura mesi, fa. Uno di questi è il cosiddetto “web influencer”, ritenuto una figura di fondamentale importanza soprattutto a livello di campagne marketing di grandi aziende.

Si tratta in pratica della naturale evoluzione del testimonial, personaggi famosi usati fin dal boom degli anni ’50-’60 per sottolineare e divulgare la qualità di un determinato prodotto. Questo perché i clienti tendono a credere alla voce e al volto dei VIP, si fidano di loro come di una persona di famiglia, e le aziende ne traggono vantaggio per ciò che questi personaggi rappresentano nell’immaginario collettivo. Nella mentalità del consumatore medio, infatti, che se un calciatore sponsorizza una marca di abbigliamento sportivo, piuttosto che una bevanda energizzante, questa dovrà essere di qualità: se lo dice lui…


Ma cos’ha un influencer di più rispetto ad un semplice testimonial? Lo strumento web/social. Questi soggetti sono infatti persone normalissime che, grazie alla popolarità acquisita sul web (spesso tramite social network o blog), hanno una marcia in più rispetto agli altri. Con i loro migliaia di follower/fan/lettori hanno tra le mani un patrimonio interessante per un’azienda che vuole ampliare il suo pubblico.
Siamo passati dalla società della televisione a quella del web, in cui potenzialmente chiunque può diventare una star, un fenomeno, dall’anonimato totale allo status di “Tweet-star” o “Youtuber”.
Più nel dettaglio, gli influencer sono solitamente molto giovani, in grado di far presa sui loro coetanei nativi digitali, ai quali le aziende sono interessate come potenziali acquirenti perché non raggiungibili attraverso i media tradizionali (tv, radio, giornali). Per parlare ai giovani, i cosiddetti “Millenials”, bisogna passare da Facebook, Youtube e Instagram.


L’ambito che sta sfruttando di più gli influenzare è quello della moda, con fashion-blogger come Chiara Ferragni e Mariano Di Vaio ingaggiati con contratti dorati per sponsorizzare determinati brand sui loro canali social. Il costo medio di un post su Instagram o Facebook da parte di un influencer può variare dai 5 ai 10.000 dollari, a seconda del prodotto e dell’azienda in questione. A volte anche di più.
Altro discorso sono gli Youtubers, in gran parte commentatori di video ironici e recensori di videogiochi sul popolare canale: i più popolari hanno raggiunto i 20-30 milioni di visualizzazioni. Qui trovate una lista dei più famosi Youtuber al mondo. here
Secondo il sito web Ninja Marketing: “Instagram in particolare è diventato l’ambiente ideale di questo nuovo micro-universo per una serie di motivi. Ha un engagement sui post 60 volte più ampio rispetto a Facebook e 120 rispetto a Twitter. È un social in forte crescita, con 300 milioni di utenti attivi, 75 dei quali attivi ogni giorno. Infine, coinvolge una fascia di popolazione giovane e ricettiva e l’uso di immagini e video lo rendono di immediata fruizione”.


Da qui nasce una nuova branca pubblicitaria che prende il nome di “Influencer Marketing”, ovvero l’uso di questi personaggi da parte delle aziende per pubblicizzare i propri prodotti. Le aziende si stanno rendendo conto, anche in Italia, di quanto convenga puntare su metodi innovativi e canali nuovi per attirare l’attenzione del pubblico, troppo distratto da pubblicità di ogni sorta.
Perché dovremmo servirci di questo nuovo strumento? Ecco una lista di ragioni:
-tramite gli influencer potremmo targettizzare in maniera più mirata la nostra potenziale clientela;
- usare gli influencer come testimonial aumenta la nostra credibilità;
- risparmieremo denaro perché solitamente un influencer e una campagna marketing social sono meno dispendiosi dei metodi tradizionali;
- la visibilità del brand e le vendite aumenteranno;
- potremo coinvolgere la nostra clientela in maniera dinamica e interattiva (e senza limiti fisici);

Fonte: The Web Mate 

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POP-UP: NEGOZI A SORPRESA

Un tempo li avremmo chiamati semplicemente bancarelle, ma con l’evolversi dei metodi commerciali, delle tecniche e degli spazi di vendita questi negozi temporanei hanno assunto il nome di pop-up store o temporary store.
Si tratta di punti vendita concepiti per restare aperti un periodo breve e determinato di tempo, nati nei primi anni 2000 negli Stati Uniti e diffusisi in Italia a partire dal 2007 circa.


Così nelle principali città del nostro paese (ma, nel periodo estivo, anche nelle località balneari) vediamo spuntare come funghi punti vendita nei più disparati format: container, Ape, bicicletta, carretto, ecc..
Addirittura in Danimarca si sono inventati un ristorante pop-up, che emerge e prende forma dall’interno di un container, con tanto di camerieri, quando i passanti premono un pulsante rosso.


Il concetto di pop-up è proprio quello dell’apertura a sorpresa e improvvisa, mentre, se vogliamo, quello di temporary store è più vicino al concetto di vendita al dettaglio tradizionale, anche se scandita da tempistiche più brevi.
Il temporary retail è considerato una vera e propria strategia di marketing, poiché permette di far conoscere un marchio o un’azienda, testando il mercato per un breve lasso di tempo prima di aprire un negozio vero e proprio o lanciare un nuovo prodotto. Anche la stessa apertura del pop-up store è diventata un evento promozionale, anticipato da azioni che creano una certa aspettativa nel pubblico-target. Piazzare un container su una spiaggia (H&M), una scatola di scarpe gigante (Adidas) o un enorme pacchetto regalo (Tiffany) al centro di una piazza costituiscono sicuramente una grossa attrattiva agli occhi dei passanti.


I temporary shop consentono di cambiare il tipo di merce in vendita a cadenza regolare, ad esempio vendendo abbigliamento per sei mesi e accessori per cellulari nei sei successivi.
Mettendo in evidenza l’aspetto temporaneo della vendita, i potenziali clienti saranno sicuramente più propensi all’acquisto, vista la “precarietà” del negozio che verrà chiuso a breve e la convenienza su cui spesso punta il gestore.
Tendenzialmente i grandi marchi, già noti, usano questo metodo per far conoscere nuovi prodotti o testare le potenzialità di una determinata città o area, mentre i marchi meno noti possono servirsi di pop-up o tempora store come risposta alla crisi, trattandosi di una formula che permette di aggirare i costi fissi e le spese di avvio di un punto vendita tradizionale.


Fonte Immagini: Pinterest

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Cos'è l'Inbound Marketing

Ci sono parole che invadono la nostra vita di tutti i giorni e che, a volte, usiamo senza comprenderne appieno il significato.
Molte di queste appartengono al lessico del marketing (altro anglicismo che rappresenta ancora un mistero per molti) e possono essere degli strumenti utili per il nostro lavoro. Come l’inbound marketing. Di cosa si tratta?

Secondo la definizione che troviamo on-line è: “una modalità di marketing centrata sull'essere trovati da potenziali clienti (outside-in) in contrasto alla modalità tradizionale, detta anche outbound marketing (inside-out) che è imperniata su un messaggio direzionato unicamente verso il cliente. Con l'Inbound si passa dall' Interruption al Permission Marketing: l'audience va conquistata fornendo contenuti interessanti e utili per il target di riferimento, non interrotta”.
Fuor di metafora, si tratta di un tipo di pubblicità tesa a creare un interesse nel cliente in modo che sia lui stesso a fare il primo passo verso la nostra azienda/offerta e non viceversa.

Il “permission marketing” a cui accennavamo poche righe sopra è un’altra definizione inglese che calza a pennello e spiega perfettamente di cosa stiamo parlando: chiediamo il permesso al cliente di presentargli la nostra proposta e non lo assaliamo né costringiamo ad ascoltarci.
In un momento come questo, in cui l’utente medio è costantemente bombardato da informazioni e annunci, cercare di attirarlo senza insistenze sembra la migliore delle soluzioni.Si tratta di guadagnarsi l’attenzione del cliente piuttosto che esigerla o imporsi.


Un bravo Inbound marketer si avvale di strumenti quali: contenuto, SEO (ottimizzazione dei motori di ricerca), Social Media Marketing, e-mail marketing e SEM (marketing dei motori di ricerca).
Questo tipo di marketing è dunque strettamente legato all’uso delle moderne tecnologie, internet in primis, con scopo comunicativo.

Per qualche consiglio più dettagliato vi rimandiamo a questo articolo della rivista Wired.

 

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ECO-PACKAGING: DA SCATOLA A GRUCCIA

E’ di una studentessa canadese questo progetto di design che trasforma una scatola in un appendiabiti.
L’autrice si chiama Diana Castaneda ed ha vinto il concorso tra studenti di Arti Applicate a Vancouver grazie a questa idea che unisce l’utile al dilettevole.
La scatola, in cartone, è stata ideata per l’azienda di abbigliamento Enzo, molto attenta non solo alla moda ma anche al design e alle ultime innovazioni per i propri clienti. Il committente aveva necessità di un packaging che fosse ecologico ed economico per le sue camicie da uomo.


La soluzione è arrivata con questa scatola pieghevole, ricavata da un singolo foglio di cartone che quando viene aperta, seguendo le linee indicate, diventa una gruccia per appendere la camicia nell’armadio o in un espositore.
Il packaging è stato progettato in modo da mostrare il nome e logo dell’azienda sia sulla scatola che sulla gruccia.


Una soluzione che rappresenta non solo inventiva e originalità, ma che va premiata anche per il rispetto dell’ambiente poiché il cartone può essere riciclato e assumere nuove, innumerevoli forme e utilizzi.

Fonte immagini: Packaging of the World 

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Il negozio più sostenibile d'America

Nato nell’agosto 2012 ad opera dei fratelli Christian e Joseph Lane, in.gredients è una drogheria, come quelle di una volta ma con una marcia in più: è all’avanguardia in fatto di sostenibilità.

Il negozio non utilizza quasi alcun tipo di imballaggio e cerca per quanto possibile di vendere gli alimenti in cassette o cestini. Se i clienti necessitano di sacchetti sono comunque acquistabili, al prezzo di 5 centesimi. La stessa metodica viene applicata anche ad altri prodotti come quelli per le pulizie o gli oli da cucina, tutti venduti a peso.
I clienti ormai lo sanno e portano buste, sacchetti e cassette da casa, si premuniscono, insomma, facendo ciò che gli americani già chiamano “precycling”, cioè un pre-riciclaggio. Prima di pagare la propria spesa, i clienti pesano i loro acquisti al netto dei contenitori.


Certo, capita anche al cliente più abituale di dimenticare la busta a casa, ma uno dei due titolari, Christian Lane, dice: “Non siamo così rigidi da perdere un cliente quando capita. Offriamo delle buste di carta gratuite e di plastica a pagamento, sempre in ottica ambientalista.
Secondo la legge dello stato del Texas, dove si trova il negozio, alcuni prodotti necessitano però di confezione per evitare contaminazioni e infezioni (come la carne, il pesce e i latticini). In.gredients ha ovviato a questo problema con incarti singoli, ma, nonostante questo, il 69% dei loro prodotti viene venduto senza incarto. Anche gli scaffali del negozio sono riciclati, fatti con vecchie cassette per il vino.
“La gente capisce cosa cerchiamo di fare e lo apprezza” dice Lane.


Circa il 97% dei prodotti venduti da in.gredients sono prodotti localmente, come si legge dalle etichette poste su ogni cassetta che ne certificano l’origine. Ovviamente quanto “locali” siano le patate, piuttosto che i pomodori, dipende dalle coltivazioni e dai periodi, ma non ci si allontana mai fuori dallo stato del Texas.
E i fratelli Lane hanno interpretato davvero alla lettera il concetto di “km 0”, coltivando un orto proprio di fronte al negozio in cui crescono insalata e erbe aromatiche.


Come spesso accade per i prodotti biologici, non tutto ha un bell’aspetto, ma l’importante è la sostanza e il gusto, come in un mercato contadino. I clienti di questo tipo di negozio ci sono abituati e non badano più a forme o colori irregolari.
Per quanto riguarda la strategia di smaltimento dell’invenduto, spesso i prodotti che restano in negozio vengono usati per preparare cibo pronto, come sandwich, budini, torte e altri piatti della tradizione che seguono il motto “non si butta via niente”. Inoltre, parte del cibo ancora commestibile ma non vendibile viene donato ai bisognosi attraverso un ente di beneficienza locale.
Infine, da in.gredients si incoraggiano i fornitori a riutilizzare gli imballaggi come cassette e cestini e si ricicla quella poca spazzatura che si produce creando compost per un’azienda locale di concimi.

 

Articolo tradotto da: Food&Wine, foto @Jonathan Bloom

 

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Olio d'oliva, un packaging utile

La giovane designer Alessia Sistori ha avuto questa originale idea nel momento in cui in alcuni paesi europei non è stato più possibile, per legge, riempire nuovamente le bottiglie di olio d'oliva terminate.

Allora ha ideato questo packaging "interattivo", come lo definisce lei stessa, che per il momento è solo un progetto ma che potrebbe trovare molti utenti interessati all'acquisto. Si tratta di una bottiglia leggermente più piccola del solito, monouso, con un'etichetta staccabile dal fronte della bottiglia che può essere ripiegata sull'apertura, per versare l'olio senza sporcare e senza sprecarne nemmeno una goccia!

Inoltre, staccando la parte dell'etichetta da usare come beccuccio, si può vedere in trasparenza il contenuto della bottiglia, come in una finestrella che permette all'utente di controllare quanto olio rimane, oltre che valutare la qualità del contenuto.

L'etichetta pensata da Alessia, prima dell'uso, ricopre la bottiglia a 360° per proteggerne il contenuto da luce e calore e la forma della bottiglia richiama quelle eleganti che si possono trovare sul tavolo di un ristorante. Voi sareste interessati ad un 

Fonte: Packaging of the World 

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Conoscete lo Smart Work?

Mai sentito parlare di smart work (o lavoro agile, in italiano)?
Si tratta di “una modalità di lavoro innovativa basata su un forte elemento di flessibilità, in modo particolare di orari e di sede. Il futuro dell’organizzazione del lavoro passa necessariamente da qui: lì dove il lavoro incontra le nuove tecnologie”, secondo la definizione data nella proposta di legge depositata in Italia il 31 gennaio 2014. 

Il mondo del lavoro è cambiato, perciò anche i suoi metodi andrebbero adattati: non svolgiamo più (o quasi) attività che coinvolgono oggetti fisici, ma informazioni, lavori intellettuali che teoricamente possono essere svolti in luoghi e orari variabili a seconda delle nostre necessità. Quante volte rispondiamo ad un’email da casa? Oppure ci capita di terminare un lavoro sul divano, la sera, con un occhio alla tv e uno al tablet?
Molti di noi non svolgono nemmeno un lavoro alla volta e per qualcuno è diventato anche difficile rispondere alla domanda: “che lavoro fai?” perché i nostri compiti sono aumentati e si sono diversificati enormemente rispetto anche solo a una decina di anni fa.

Molte aziende, soprattutto oltreoceano e nel Nord Europa, quindi, hanno deciso di investire su un cambiamento dei metodi e gli spazi di lavoro, lasciando al lavoratore la scelta di orari e luoghi. Ovviamente, per poter arrivare a ciò, è necessario anche un certo livello di fiducia e intelligenza nell’organizzazione dei propri compiti, ma l’importante è il risultato finale. Insomma: non importa come porti a termine il tuo lavoro, basta che tu lo faccia. Questo metodo viene oggi definito “per risultati attesi” e non sembra facile da digerire in una cultura come quella italiana dove siamo abituati al capoufficio/controllore che vigila sui suoi sottoposti.

In pratica c’è bisogno di una rivoluzione culturale, innanzitutto, che ci faccia uscire dalla logica (non sempre veritiera) del: se lavori 8 ore sei produttivo. Inoltre, come si legge in questo articolo de Il Corriere della Sera: “La distinzione non starà più tra dipendenti o professionisti o autonomi o piccoli imprenditori (in questo senso siamo ormai già all’interno di un sistema interclassista), anche la retribuzione (basata sui risultati) avrà una componente maggiormente meritocratica, le distinzioni in base ai contratti tenderanno a sfumare e si dovrà mettere mano a tutti i sistemi di protezione sociale, contribuzione, contratti collettivi, ecc.”.

In Italia però siamo ancora molto lontani da questo obiettivo. Pur essendo affascinati dal metodo smart, solo l’8% delle nostre aziende lo ha adottato sviluppando un piano con strumenti tecnologici digitali, policy organizzative e modifiche degli spazi fisici. Ma si stima che nei prossimi due anni la percentuale salirà al 19% (dati da Il Sole 24 Ore).

Per quanto riguarda la riprogettazione degli spazi fisici, anche se lo smart work prevede in gran parte il lavoro da casa, gli uffici “smart” devono prevedere spazi nuovi come quelli di co-working, per le telefonate riservate, per la concentrazione, il riposo (aree relax)e la socializzazione a disposizione dei dipendenti.
Anche le tecnologie, ovviamente, vogliono la loro parte: il Wi-Fi è ormai presente nell’85% degli uffici, ma anche altre tecnologie digitali sono essenziali, come: infrastrutture VoIP e strumenti di webconference e instant messaging, Mobile Business Apps, iniziative Social e Cloud Computing accessibili da qualunque luogo e strumento mobile.
Sempre su Il Sole 24 Ore si legge che i device mobili sono “fondamentali per abilitare lo Smart Working…rendono possibile accedere alle informazioni e lavorare anche al di fuori di spazi e orari di lavoro tradizionali: il 91% delle aziende ha introdotto smartphone, il 66% tablet (anche se in maggioranza per profili specifici all’interno dell’azienda), mentre è ancora limitata la diffusione degli ultrabook (44%)”.

Le aziende che in Italia hanno già adottato questo metodo di lavoro sono prevalentemente di grandi dimensioni (oltre 500 addetti) e appartengono in maggioranza ai settori Alimentare, ICT e Telecomunicazioni e Manifatturiero.
Per tutti i dati vi rimandiamo all’articolo de Il Sole 24 Ore a questo link.

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Arrampichiamoci a letto

Dobbiamo ammetterlo, in fatto di marketing Ikea è sempre un passo avanti agli altri, un esempio da seguire per tutti.

Una delle ultime trovate è stata quella di allestire un’intera parete da arrampicata con i propri mobili per promuovere l’apertura del nuovo punto vendita francese di Clermont-Ferrand.
Grazie alla collaborazione dell’agenzia pubblicitaria Ubi Bene il colosso dei mobili low-cost è riuscito ad installare nella piazza cittadina una parete 9mX10m arredata di tutto punto.



Incollati alla parete verticale c’erano: un divano, un armadio, tavolini da caffè, sedie, cartelli, tappeti, asciugamani, specchiere, mobili, mensole e un lettone queen-size che era l’obiettivo finale di chi decideva di cimentarsi in questa impresa.
L’arrampicata era aperta a tutti, dal giovedì alla domenica, per provare l’ebbrezza di arrancare fino al letto (cosa che alcuni di noi provano ogni sera).
Ikea ha di fatto interpretato il doppio senso dell’inglese “climb into bed”, espressione che indica l’andare a letto stanchi morti, ma che, tradotta letteralmente, sarebbe proprio “arrampicarsi a letto”.

Una vetrina sicuramente originale e alternativa per promuovere i propri prodotti!

Clicca qui per l'articolo originale 
Fonte immagini: http://ubi-bene.fr/blog/

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COS'E' IL GUERRILLA MARKETING?

Per pubblicizzare la propria attività, prodotto o azienda, è necessario conoscere almeno vagamente gli strumenti del mestiere. Certo, non si richiede ad un imprenditore di diventare un esperto di comunicazione e grafica, ma è sempre una buona cosa tenersi informati e capire di cosa vi sta parlando il vostro responsabile marketing senza l’ausilio di un traduttore.

Oggi vogliamo affrontare l’argomento “Guerrilla Marketing”.

Sicuramente ne avrete sentito parlare, anche solo di sfuggita, ma se non avete mai approfondito l’argomento vi spieghiamo noi, brevemente, di cosa si tratta.

La definizione fu coniata nel 1984 dal pubblicitario americano Levinson che scrisse un libro in proposito, al cui interno si parla di un tipo di promozione non convenzionale, economica e declinata attraverso l’uso creativo di strumenti aggressivi per colpire l’immaginario degli utenti finali.

Attenzione, però, l’aggressività del Guerrilla Marketing non deve sfociare in gesti illegali, ma solo eclatanti o che comunque colpiscano l’immaginario del destinatario. Uno dei primi esempi risale al 1994, quando fu divulgata on-line la leggenda metropolitana secondo cui erano stati ritrovati i filmati di 4 cineasti scomparsi anni prima in una foresta del Maryland. Il sito web che si occupava del caso era in realtà un trucco di Guerrilla Marketing per il lancio del film “The Blair Witch Project”. L’attesa era stata creata, la curiosità anche, il film fu un successo al botteghino: obiettivo centrato.

Se vogliamo tracciare delle caratteristiche fisse del Guerrilla Marketing, dobbiamo rifarci alla pubblicazione di Levinson, che le elenca come segue:

  • Il guerriglia marketing è uno strumento adatto agli imprenditori che non dispongono di grandi budget (stanziamento pubblicitario limitato)
  • L'investimento nel guerriglia marketing si basa sul tempo, l'energia e l'immaginazione anziché sul denaro
  • Il metodo per misurare gli affari realizzati attraverso il guerriglia marketing è in termini di profitto anziché di vendite
  • Inoltre, il metro di giudizio è determinato dal numero di nuove relazioni instaurate ogni mese
  • È necessario creare uno standard di eccellenza realizzato attraverso focus specifici, anziché diversificare l'offerta con diversi prodotti e servizi
  • È necessario puntare a incrementare il numero di accordi commerciali con acquirenti esistenti, anziché concentrarsi sull'acquisizione di nuovi acquirenti
  • Dimenticare la competizione e concentrarsi sul modo di cooperare con altre tipologie di affari
  • Il guerriglia marketing deve essere sempre una combinazione di diversi metodi di marketing
  • Utilizzare le tecnologie esistenti come strumento per rafforzare il proprio marketing

In Italia questo strumento è arrivato, come spesso accade, un po’ in ritardo, negli anni 2000, con i primi casi di “bufale” a scopo pubblicitario, ma si sta evolvendo rapidamente, con azioni pubblicitarie che prevedono ad esempio di tappezzare città o luoghi-simbolo con volantini o elementi che creano attesa e rimandano al marchio da sponsorizzare.

Di seguito qualche esempio:

 

 

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IL BAR DOVE SI PUO' SCRIVERE SUI MURI

Chi di noi non ha mai sognato di scarabocchiare su tavoli, tovaglioli e muri? Anche solo per spirito ribelle adolescenziale, in tanti abbiamo desiderato lasciare (e a volte lasciato sul serio) la nostra “impronta” in luoghi particolarmente significativi per le nostre vite: un bar, un parco, un ristorante, …

Anche l’usanza dei lucchetti a Ponte Milvio (Roma) deriva da questo desiderio di lasciare qualcosa di sé che ricordi un amore o un evento speciale. Ed ecco che un locale, a Londra, ha deciso di sfruttare lo spirito artistico dei suoi clienti ed esaudire, contemporaneamente, il loro desiderio di lasciare il segno.


Si chiama “The Doodle Bar” (tradotto: il bar dello scarabocchio) ed è situato all’interno dello spazio Testbed1, un’area artistica che ha recuperato un vecchio spazio industriale abbandonato nel quartiere di Battersea. E la scelta della location non è affatto casuale: qui, infatti, si ritrovano i londinesi più al passo coi tempi , che seguono e spesso creano l’arte e la moda del momento.

Al Doodle Bar non solo è lecito, ma anche incoraggiato scrivere sui muri, allestiti in ardesia e predisposti con gessetti, pennarelli e colori. Così, chiunque può lasciare una frase (memorabile o meno), un disegno, una grafica, seguendo l’ispirazione del momento, tra un drink e un piatto gourmet.
Si, perché in questo locale si sperimenta non solo sulle pareti, ma anche a tavola .


Un’idea sicuramente da copiare, anche per far divertire i più piccoli, che solitamente al ristorante si annoiano e decidono di colorare pareti e mobili di loro spontanea volontà.

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IL PACKAGING FA IL MONACO

Nel marketing spesso la confezione conta più del contenuto, almeno ad un primo approccio con il proprio target di clientela. Come nella pubblicità, la prima cosa che si vede deve colpire l’occhio del cliente per avvicinarlo al prodotto.

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L'abbinamento perfetto

Ha del geniale l'idea grafica dedicata a questa azienda vinicola per pubblicizzare i propri prodotti. Nel gesto classico del brindisi, infatti, si crea con la texture del vino l'immagine dell'abbinamento alimentare consigliato.

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Il gadget giusto

Spesso basta un gadget, un omaggio, un semplice oggetto con la grafica giusta a fare la differenza per la vostra attività commerciale.E' quello che è successo, ad esempio, per questa catena di palestre, che ha scelto di regalare ai propri iscritti (ma anche soltanto a chi veniva a chiedere informazioni) questa bustina personalizzata.

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“THE OCCASIONAL WIFE”, UN’IDEA IMPRENDITORIALE VINCENTE

L’idea arriva da Kay Morrison, ex imprenditrice alberghiera di New Orleans in pensione che, dopo l’ennesima discussione casalinga ha capito di aver bisogno di una “moglie occasionale”. E proprio “The Occasional Wife” è il nome che ha dato a questo nuovo concept di azienda di consulenza e servizi per famiglie.

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