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L'arte del caffè

Il caffè è certamente uno di quei prodotti la cui vendita è all’ordine del giorno in tutto il mondo, ma in Italia il suo consumo è legato indissolubilmente alla nostra cultura e alla pausa quotidiana, più godibile al bar che in casa o al più statunitense take-away.
Sono proprio gli americani però che hanno reso questa passione una sorta di ossessione, con i loro bicchieri di carta, caffè lunghi e frappuccini dai gusti più improbabili.
Negli ultimi tempi ha fatto molto discutere la prossima apertura della catena Starbucks nel nostro Paese (a Milano entro il 2016), in quanto snaturerebbe la vera essenza italiana del caffè, ma se ci siamo abituati ai fast-food e al sushi, perché resistere anche ai beveroni made in USA?
In realtà, anche se parliamo di caffè, tra le righe possiamo leggere “marketing”. Le catene di caffetterie take-away rappresentano un’opportunità in più in questo campo, anche in Italia.
Per fare qualche esempio si aprirà anche da noi la possibilità di creare caffetterie anche più in stile italiano o con miscele biologiche, km 0 o con caffè macinati sul momento. O anche lo sviluppo di un gusto tutto italiano per caffè speciali o aromatizzati (peraltro già diffuso attraverso gli ormai utilizzatissimi caffè in capsule) e la crescita locale della cosiddetta “coffee-art”.
Di cosa si tratta? Il termine ha una duplice valenza: può fare rifermento, ad esempio, alla capacità di creare disegni originali sulla schiuma del latte, diffusissima moda su Instagram e ormai immancabile optional per tutti i bar che si rispettino.

Ma è da considerarsi coffee art anche la nuova forma di disegno che si sta sviluppando negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia che consiste nel ricreare scene quotidiane sui bicchieri di carta bianchi delle caffetterie.
Pionieri del genere sono la giapponese Mariya Suzuki e l’australiano Adrian Hogan, con i loro account Instagram seguitissimi (14.000 lui, oltre 6.000 lei), che creano le loro opere integrandole con le immagini di strade e locali delle loro città.
Opere diventate ricercatissime anche dalle stesse caffetterie per promuovere i propri locali.


L’idea, nel campo del marketing, si è sviluppata anche nelle “etichette parlanti” o interattive, come quelle del tè Ocho che diventano un passatempo nell’attesa che la miscela sia pronta o quelle proposte da “Home Dash In” che si vantano del loro contenuto con frasi come “La vita è troppo breve per bere caffè mediocre”.
Tutte idee interessanti su cui riflettere se la nostra impresa è nel campo del caffè.

 

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10 errori da evitare nel business on-line

Avviare un’impresa online sembra facile ma non lo è affatto.
Tutto comincia col costruirsi una credibilità online, ma i fattori che questo comporta sono molteplici. Ampliare il proprio raggio d’azione da locale a globale ha i suoi pro, ma anche i suoi contro.
Vediamo insieme 10 errori comuni da evitare, stilati da Carolyn Sun, esperta di Entrepreneur.com.

1. Non avere un piano d’attacco
Non è necessario un business plan formale, ma bisogna avere almeno un’idea in mente. “I business plan da 20 pagine, a lungo termine o su grossa scala sono ormai obsoleti” dice Sujan Patel, vice presidente marketing dell’azienda di software “When I Work” e fondatore di varie startup- “L’importante è sapere a quali clienti ci si rivolge, cosa si vuole vendere e quanto la gente è disposta a pagare per il vostro prodotto o servizio”. E anche di quale disponibilità economica si dispone e quanto durerà, aggiungiamo noi.
2. Concentrarsi troppo sui dettagli
Per far decollare il proprio business è necessario non farsi distrarre da piccolezze come l'aspetto del vostro biglietto da visita, il design del logo, ecc…concentratevi piuttosto sui fattori che possono spingere la vostra azienda a un livello superiore.
3. Non preoccuparsi dei soldi
Essere ottimisti è una buona cosa, ma non se parliamo di denaro. Secondo Steve Tobak, fondatore di Invisor Consulting,“c’è una grossa possibilità che la vostra azienda finisca i soldi prima di guadagnarli. Dovete sempre sapere quanti contanti avete a disposizione prima di entrare in affari, qual’è il vostro tasso di spesa e assicurarvi di avere un piano per non andare in passivo”.
Troppo spesso i titolari di azienda si affannano a raccogliere fondi quando è troppo tardi. Create un piano finanziario, con degli step ben precisi e degli obiettivi concreti da raggiungere ancora prima di iniziare.
4. Sottovalutare ciò che si vende
Che vendiate un prodotto o un servizio, stabilite il prezzo in modo da ottenere un guadagno ragionevole. E ricordate che i prezzi si possono aggiustare nel tempo, niente è scolpito nella roccia.
5. Ignorare il servizio clienti
Internet amplia enormemente il numero di transazioni possibili ed è facile, nella confusione, perdere di vista il fatto che i clienti sono persone in carne ed ossa, pronte a tornare sul vostro sito se soddisfatte e scomparire in caso contrario.
Assicuratevi di avere un modo per interagire con i visitatori del vostro sito: chat, forum, messaggi privati, email o numero telefonico, siate comunque raggiungibili dai vostri clienti. Un consiglio è anche monitorare i social media o i siti di recensioni (come nel caso di TripAdvisor per hotel e ristoranti) per avere un feedback sul vostro lavoro e cercare di risolvere eventuali problemi.
6. Dare troppo e non ottenere nulla in cambio
Prima di aver stabilito una credibilità come venditori o esperti, offrire qualcosa gratuitamente può aiutare nella ricerca clienti, specialmente nell’offerta di servizi. Tuttavia, il costo del prodotto può salire, quindi prima di offrire omaggi gratuiti di qualsiasi genere fatevi due conti e cercate di capire cosa e quanto ci guadagnerete: l’indirizzo email di un potenziale cliente per il vostro database? A quale costo?
7. Non saper usare i social media
Nella corsa alla ricerca dei clienti online, i social media la fanno da padroni ultimamente. L’importante è sapere di cosa stiamo parlando e, in mancanza di un’adeguata conoscenza del mezzo, saper chiedere aiuto a dei professionisti per non bruciare tutto il potenziale e le risorse a disposizione. Come regola generale: Facebook, Instagram e Pinterest vanno bene per la vendita di prodotti, Linkedin per la costruzione di una personalità di un brand, Twitter per esprimere opinioni personali o seguire i trend.
8. Assumere troppo velocemente
Nella ricerca di personale o collaboratori che vi aiutino nella vostra impresa, spesso si fa l’errore di velocizzare “le pratiche” per arrivare il prima possibile alla fase operativa. Un errore che potreste pagare caro: i vostri dipendenti dovranno condividere con voi molto più dello spazio lavorativo e per il maggior tempo possibile.
9. Sottovalutare l’ossessione lavorativa e non trarne vantaggio
Dimenticate l’equilibrio tra lavoro e tempo libero…almeno per il primo anno di attività.
Non preoccupatevi se vi ritroverete a lavorare fino a tardi o a dover mettere giù idee illuminanti arrivate nel sonno. Significa che siete concentrati sul vostro progetto e il resto verrà dopo.
10. Pensare di poter imitare il successo altrui
Solo perché un prodotto o una strategia hanno funzionato per un’azienda, non significa che funzioneranno per voi. Cercate di mantenere un livello ragionevole di scetticismo soprattutto sulle storie di successo che leggete o che vi vengono raccontate. Provate sulla vostra pelle, passo dopo passo, è il metodo migliore.

 

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Stop agli imballaggi

Ultimamente si è fatto un gran parlare della nuova forma di supermercato "green" sempre più diffuso nel nord Europa, Inghilterra e Germania in testa: il supermercato senza imballaggi.

La scelta di vendere prodotti sfusi non è certo un’idea nuova, se pensiamo ai mercati da sempre esistiti anche nella nostra Italia, ma questa volta la spinta arriva da presupposti ecologici e comprende tutta una serie di prodotti a cui prima non si era pensato: dalla pasta, al riso, alle spezie,…
In questa nuova ottica tutto viene privato di scatole, bottiglie, buste e confezioni, che il cliente porta da casa per acquistare la quantità preferita di prodotto e riciclarne gli imballaggi di volta in volta.


A Berlino Original Unverpackt è l’idea di due giovani imprenditrici ancora alla ricerca di fondi per l’apertura. Propongono la vendita di 600 prodotti accuratamente selezionati, sfusi, senza confezioni vistose e inquinanti, con un occhio di riguardo per i prodotti vegani.
Sarah Wolf e Milena Glimbovski hanno ideato questa start-up partendo da un dato che quasi spaventa: solo in Germania, vengono prodotti ogni anno 16 milioni di tonnellate di rifiuti da imballaggi. E la maggioranza di queste confezioni non possono essere riciclate.


Anche se in Italia gran parte dei rifiuti da imballaggio vengono recuperati (un 60-65% secondo il Corepla, il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclaggio e il recupero degli imballaggi in plastica), si registra una forte differenza tra regioni del nord e del sud “Per dare una misura, in Veneto si raccolgono 22 kg di imballaggi in plastica post consumo all’anno per abitante, in Sicilia siamo sui 3,5 kg” , dice Giorgio Quagliuolo, Presidente di Corepla. 
Ma in fatto di supermercati “no-packaging” non siamo affatto indietro.


Sono molte le catene, grandi e piccole, i franchising e le piccole attività commerciali con questi presupposti. La maggior parte sono, per forza di cose, in grandi città, ma guardando questo elenco troverete anche punti vendita dove non pensavate di trovarli. 
E si stanno diffondendo, grazie ad una coscienza bio ed ecologica sempre maggiore, soprattutto tra i giovani imprenditori. Se ne sono accorte anche le catene di grande distribuzione, che hanno pensato a dei dispenser per detersivi in angoli “verdi” del supermercato. Altri hanno optato per distributori di acqua o latte sfusi, con bottiglie da acquistare a parte da riutilizzare per gli acquisti successivi.
Non solo frutta e verdura (da scegliere rigorosamente con guanto usa e getta), quindi, ma tutto è potenzialmente vendibile senza imballaggi.

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Retail: 10 idee vincenti

L’azienda americana Springwise conta su oltre 15.000 collaboratori in tutto il mondo che fungono da talent-scout di idee innovative per il business da condividere con i propri utenti. La maggior parte delle segnalazioni vengono dal mondo del commercio al dettaglio e il sito ha deciso di stilare una classifica, pubblicata dal portale di Forbes, delle dieci idee più interessanti.
Le idee provenienti dal mondo del retail sono tante e tali perché si cerca di rendere l’esperienza dell’acquisto sempre più piacevole: agevolando i pagamenti, aiutando i clienti a saltare le code, fornendo un ambiente rilassante e tranquillo o trasformando l’acquisto in un gioco.
Si tratta in ogni caso di esperienze da cui imparare, quindi vediamole insieme.

1- il QR-code per scegliere i jeans
Fare shopping può essere una scocciatura a volte, soprattutto per gli uomini. Anche scegliere un paio di jeans può rivelarsi problematico, perciò Pointer ha pensato di mettere un codice QR su ogni modello, che basta scansionare per farsi consegnare la propria taglia direttamente in camerino per la prova. Per chi vorrebbe essere in qualsiasi altro posto.

2- Una app per pagare con i km corsi
Molte app per sportivi sono studiate per motivare gli utenti. “Subasta de Kilometros”, ideata da Nike Messico, ha fatto anche di più: ha permesso ai runner di accumulare punti per ogni chilometro percorso ed usarli per acquistare prodotti Nike. L’azienda così ha fornito un incentivo extra oltre al mantenersi in forma ai propri clienti, promuovendo contemporaneamente il marchio.

3. In Cina il supermercato è in realtà virtuale
Con lo scopo di fornire un’esperienza di spesa più interattiva, Yihaodian in Cina ha sviluppato negozi in realtà aumentata accessibili solo in alcuni luoghi pubblici. Quando i clienti puntano lo smartphone nella direzione giusta in alcune piazze o altri luoghi pubblici, appare un virtual store dove scegliere i prodotti dagli scaffali o appesi a pareti virtuali. Questa app fornisce una simulazione di un negozio vero e proprio in modo da far sentire i clienti più immersi nell’esperienza dello shopping online.

4. In Danimarca il supermarket accetta consigli
Con l’aumento della consapevolezza dei clienti sulla provenienza dei prodotti e il desiderio sempre maggiore di acquistare “local”, la catena danese SuperBrugsen ha pensato ad un nuovo modo per rassicurare i propri clienti ecologisti. Attraverso il sito internet del supermercato, i clienti possono suggerire prodotti locali che vorrebbero trovare sugli scaffali, dopodiché i direttori dei punti vendita li testano per sincerarsi della qualità. Una maniera intelligente di usare il crowdsourcing. Come è successo per un’altra app “Avoid the shopping crowds” (evita le folle) che analizza i feed dei social media per dire all’utente quanta gente troverà in un determinato negozio quel giorno.

5. Una app per saltare la coda
Se avete bisogno di un paio di cose al supermercato, la fila alle casse potrebbe farvi desistere dallo shopping dell’ultimo minuto. Per evitare questo, il marchio QThru ha sviluppato una app che consente agli utenti di cercare e acquistare i prodotti attraverso il cellulare e saltare le code pagando con carta di credito. L’idea è più o meno la stessa di SoPost, che usa l’indirizzo email dell’utente per la consegna, invece che quello di casa o del lavoro. L’indirizzo email è collegato ad un profilo dell’utente dove è caricata la sua routine settimanale con indirizzi di casa, lavoro, ecc..e può rintracciarlo ovunque si trovi al momento della consegna. Il mondo in cui viviamo sta diventando sempre più mobile.

6. Un negozio di abbigliamento brasiliano mostra i “like” di ogni vestito
Nel mondo del retail, il settore che più risente delle mode e dei social network è sicuramente quello dell’abbigliamento. Per questo il marchio brasiliano C&A ha deciso di creare delle grucce digitali che riportano su piccoli schermi il numero di like aggiornato in tempo reale che ogni capo appeso ad esse ha ricevuto su Facebook.
La speranza è che l’approvazione della community incoraggi gli utenti ad acquistare un determinato capo d’abbigliamento.

7. La macchina che accetta le mance
Le carte di pagamento sono sempre più usate al posto dei soldi in contanti. Ciò significa sicuramente pagamenti più veloci e portafogli più leggeri, ma anche che alcuni rituali o abitudini come quella di lasciare mance, possono essere resi più difficili. DipJar cerca di porre rimedio offrendo un modo semplice per dare la mancia: attraverso una macchinetta posta accanto alla cassa che accetta pagamenti da 1 dollaro, se si vuole offrire di più si può ripetere l’operazione.

8. Lo shopping tranquillo
Fare shopping può essere traumatico in alcuni casi, specialmente durante i saldi o prima di Natale. E lo sanno bene i dipendenti di Selfridges, il grande magazzino inglese, che hanno deciso di aiutare i clienti con una campagna contro il rumore. In pratica, quando i clienti entrano in alcune aree “silenziose” devono togliere le scarpe e consegnare i cellulari all’ingresso. Inoltre, tutti i prodotti in vendita in queste aree sono senza etichetta. Per ridurre al minimo lo stress.

9. Pisolini gratis
Mettere i clienti a proprio agio è un motto che Coco Mat ha preso alla lettera. Il negozio newyorkese di arredamento, infatti, permette ai visitatori di dormire fino ad un paio d’ore sui letti in vendita. E non solo: offre loro anche un succo d’arancia dopo il pisolino. E nessuno è obbligato all’acquisto.

10. Dal produttore al consumatore
Una delle domande più temute da tutti i commessi del mondo è: “ne avete altri di questi?”, soprattutto quando il magazzino non è gestito bene. La tecnologia corre però in soccorso, come nel caso di Memove, azienda brasiliana che attraverso un codice sull’etichetta sa esattamente quanti e quali capi sono disponibili, monitorandoli dalla produzione al momento in cui il cliente esce dal negozio.

Fonte articolo e immagini: Forbes

 

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La vetrina perfetta

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, la vetrina è lo specchio di un’attività commerciale.
Da che mondo è mondo i commercianti puntano tutto sulle proprie vetrine per catturare l’attenzione dei passanti e, in città dove tutti vanno sempre di fretta, questo non è certo un compito facile.
Anche se avete scelto di affidarvi a un professionista o seguite uno schema ben preciso e assodato, in questo articolo troverete un decalogo per la vetrina perfetta, messo insieme dagli esperti del sito di settore Entrepreneur.com


1. Raccontate una storia
Con l’avvicinarsi di San Valentino siamo tutti tentati di mettere in vetrina ogni elemento rosso o con i cuori che abbiamo in negozio. Troppo facile. Bisongnerà iniziare con un tema e poi assemblare i singoli elementi della vetrina. San Valentino non basta come tema, meglio restringere il campo a un sotto-tema come “cuore infranto” o “amore a prima vista”. E lo stesso vale per Natale, Halloween, Carnevale…
2. Pensate per piani visivi
Prima di allestirla, provate a tracciare una linea a metà della vetrina aiutandovi con del nastro adesivo colorato, all’altezza del piano visivo dalla strada. Non si può tirare a indovinare perché non tutte le vetrine sono al livello esatto della strada. Dove avrete tracciato questa linea dovrete disporre gli oggetti chiave della vostra vetrina, per catturare subito l’attenzione. Il punto focale deve essere al livello degli occhi dei passanti, tutto il resto può essere anche sospeso o poggiato a terra.
3. L’elemento sorpresa
Se volete essere notati, evitate vetrine prevedibili. Un valido esempio è quello di Debbe Hamada, proprietaria di un negozio di oggettistica in Oregon (USA) che ha scelto di allestire la sua vetrina con elementi particolari, come ghiande di cartapesta, animali della foresta intagliati su del cartone e ciondoli giganti fatti con mussola e grandi catene per attirare l’attenzione dei clienti. “La gente si avvicina per guardare la vetrina. C’è anche chi la fotografa. E poi entrano in negozio”, conferma la proprietaria. 
4. Scegliete forme e colori forti
Non è necessario essere degli artisti per ottenere una bella vetrina. Concentratevi su forme e colori: cerchi fucsia, pois giganti di carta…elementi che si possono vedere anche da lontano, anche se i prodotti in vetrina sono piccoli. “Due persone su 10 entrano perché sono state attratte da qualcosa di colorato in vetrina” conferma la signora Hamada, che spende meno di 30 € per allestire ogni sua vetrina.


5. Mantenete l’ordine
Non riempite le vetrine a casaccio con un mucchio di oggetti. Mostrare una selezione di prodotti è più efficace che esporre tutte le offerte del momento. Detto ciò potete anche scegliere di usare grandi quantità di un singolo prodotto per attirare l’attenzione, ma sempre seguendo un criterio di originalità: un albero di natale decorato con palline da tennis sicuramente cattura l’occhio più di cento palline distribuite in una vetrina tradizionale.
6. Aggiornate le vetrine
Le vetrine vanno cambiate il più spesso possibile, sempre che questo sia sostenibile in termini di costi e tempi. Un’idea efficace è quella di stampare una dozzina di gigantografie che rappresentano il vostro punto vendita e ruotarle ogni due/tre settimane in vetrina. La vetrina andrebbe cambiata al massimo ogni due mesi, altrimenti si perde l’effetto sorpresa sui clienti.
7. Usate l’illuminazione
L’illuminazione della vetrina non è un optional. Si può attirare un cliente semplicemente con la corretta angolazione. Basta illuminare direttamente un prodotto per evidenziarlo, con un semplice faretto, anche dopo la chiusura: se siete l’unica vetrina illuminata la sera i clienti si ricorderanno di voi il giorno dopo.
8. Create un punto focale
Una volta creato un bozzetto, un’idea del tema, allontanatevi e adottate per un attimo il punto di vista dalla strada. Così facendo sarete in grado di capire cosa vedranno effettivamente i passanti, se gli elementi sono disposti correttamente, ecc… una volta individuato il punto focale costruite la vetrina intorno ad esso: per linee parallele, curve , a piramide o a cerchi concentrici, purché tutto parta e rimandi al centro.
9. Fatela semplice
E’ facile lasciarsi trascinare dagli eventi, per forza di cose sarete tentati dall’esporre il maggior numero possibile di oggetti in vetrina. Ma invece che attirare l’attenzione, così facendo, rischierete di allontanare la clientela che si guarderà bene dall’entrare nel negozio. Per evitare ciò, tenete a mente il vostro obiettivo: aiutare i clienti a comprendere cosa vendete e convincerli ad entrare.
10. Date un’ultima occhiata
Una volta messi insieme tutti i pezzi, assicuratevi che il risultato finale sia quello che volevate. Osservate la vetrina da ogni angolazione, non tutti avranno una visione frontale. Camminate avanti e indietro sul marciapiede, alzatevi e abbassatevi e cercate di capire se gli elementi sono correttamente bilanciati.
Se il risultato vi soddisfa: congratulazioni, la vostra vetrina è fatta! In caso contrario, prendetevi il tempo necessario per correggere ciò che non va e imparare dagli errori fatti.

 

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IL COMMERCIO "MISTO"

L’ascesa dello shopping on-line potrebbe sembrare la morte annunciata di molti commercianti al dettaglio e negozi tradizionali. Ma i brand più innovativi stanno ripensando il negozio fisico, cercando ispirazione in riviste e musei e creando nuovi spazi dove il mondo virtuale e quello fisico si incontrano.
Ultimamente in molti hanno scelto la via del concept store seguendo l’esempio di giganti come Apple e Burberry, ma su scala ridotta.
La General Electric, ad esempio, ha lavorato su un concept store a New York, Story, che cambia continuamente non solo nei prodotti in vendita ma anche nell’arredamento, come una galleria d’arte o un magazine i cui contenuti cambiano e si aggiornano periodicamente a seconda del tema.
Quando il tema del mese era “Cool” (inteso come “di moda”, ma anche “fresco”) la General Electric non trae guadagni diretti dallo spazio né dai prodotti in vendita, ma usa lo store come una piattaforma per promuovere il suo condizionatore attivato tramite smartphone. “Un prodotto racconta una storia molto più ampia rispetto ad una transazione e dentro Story ogni oggetto ha una lunga narrazione. Ecco perché abbiamo scelto di farlo. Non per spingere la transazione e vendere di più, ma per raccontare la storia dietro il nostro lavoro attraverso il prodotto, il commercio e l’esperienza”, dice Sam Olstein, direttore globale dell’innovazione alla GE.

Anche la Nestlé ha intrapreso la via del concept store, ad esempio aprendo un KitKat store a Tokyo che vende prodotti unici e introvabili altrove, pensati appositamente per il mercato giapponese (ad esempio il cioccolato amaro al tè verde Sakura).
Mentre l’e-commerce continua a crescere rapidamente, soprattutto in versione mobile, non tutte le forme di commercio si spostano sul web. Il dibattito tra negozi virtuali e reali si sta rivelando sterile e sempre più commercianti scelgono canali multipli di vendita. Se anche eBay e Amazon hanno sperimentato concept di negozi fisici, la loro importanza è fuori discussione.
Le persone amano fare shopping in maniera tradizionale, come abitudine sociale, familiare o svago, ma c’è una differenza fondamentale tra l’atto dell’acquisto e il luogo in cui si sceglie di farlo, secondo il direttore creativo di R/GA David Womack: “il commercio al dettaglio svolge una serie di funzioni complesse che vanno ben oltre lo scambio. L’esperienza dell’acquisto è una parte incredibile del processo di analisi, l’unica cosa che cambia è il dove avviene la transazione”.
Un concept store che sa usare la tecnologia può effettivamente chiudere il cerchio tra il digitale e il fisico, superando il problema dell’attribuzione del marketing online alle vendite offline.

La catena di supermercati Tesco sta esplorando la vendita multicanale da anni per dare vita ad un nuovo tipo di esperienza d’acquisto. In Corea del Sud Tesco ha creato una vetrina touchscreen nella metropolitana per consentire ai pendolari di fare velocemente la spesa mentre aspettano il treno. Il capo della ricerca tecnologica a Tesco Labs, Paul Wilkinson, spiega: “Il nostro obiettivo è aiutare i clienti a fare shopping in qualsiasi momento, modo e luogo scelgano. La proliferazione di canali, supporti e servizi significa che le persone possono fare spesa in tantissimi modi e si aspettano un’esperienza sempre connessa. Stiamo costruendo il nostro business su questo”.


Una delle sfide principali per i commercianti con i concept store è assicurare un valore aggiunto. Sono un grande investimento e se la tecnologia fallisce o lo spazio non ha successo, questo crea una percezione negativa sul brand.
Un altro campo di prova è la logistica: con la promessa di consegne sempre più veloci, i piccoli commercianti sono messi sempre più alle strette dai giganti dell’e-commerce, Amazon in testa.
La soluzione, come spesso accade, potrebbe essere nel mezzo: negozi tradizionali, ma dotati di un sistema e-commerce tecnologicamente valido.

Fonte articolo: The Guardian

 

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FARE BUSINESS CON I SELFIE

Da qualche tempo Los Angeles è diventata la nuova grande fucina di start up tecnologiche, anche “made in Italy”.
Qui si possono incontrare cervelli in fuga come quelli di Lorenzo Mazzè e Gianluca Pizzorno, sviluppatori di una piattaforma di social media marketing che si sviluppa attraverso i selfie degli utenti, e quello di Luca Zambello, ideatore di un social network dove si guadagna attraverso i “Like”.

Ma come si basa un social sui soli selfie? E a cosa serve?
Mazza e Pizzorno lo hanno fatto con un’app, “Be heart of it”, che permette di realizzare campagne web coinvolgendo in prima persona i fans attraverso un selfie, appunto. Gli utenti scaricano l’applicazione, inviano i loro autoscatti e automaticamente il programma costruisce una sorta di mosaico dove sono presenti i selfie dei fan e l’immagine del loro artista preferito. Una volta realizzato, il mosaico, un pezzo unico, può diventare merchandising ed essere acquistato.
L’applicazione è, disponibile per Android e iOS , è già stata scaricata da migliaia di utenti.
E lo strumento “selfie” ha enormi potenzialità dal punto di vista del social media marketing: attraverso un autoscatto si possono avviare campagne pubblicitarie o promuovere eventi, magari con i volti di personaggi famosi.


La startup di Zambello, invece, si chiama Plz ed è una sorta di social network simile a Instagram, che verrà presentato sul mercato a breve e dove gli utenti potranno pubblicare foto in apposite sezioni a tema (fitness, moda, ecc.). Chi otterrà più like da parte del pubblico, sarà premiato in denaro grazie alle aziende di vari settori che sponsorizzeranno il progetto in quanto forma innovativa di pubblicità a determinati marchi, settori o prodotti.
In pratica i singoli utenti postando le loro immagini, agiscono da influencer (vedi il nostro articolo in proposito), e vengono pagati per questo.
Sicuramente idee da tenere d’occhio per un’imprenditoria innovativa.

Fonte: Corriere Innovazione

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FRUTTA E VERDURA? SU GOOGLE!

Secondo quanto divulgato da Bloomberg, la Google Inc. sarebbe sul punto di iniziare a testare un suo servizio di consegne a domicilio di cibi freschi e alimentari in due città statunitensi, accendendo la competizione con Amazon e Instacart, colossi del settore.
La prova inizierà a fine anno a San Francisco e in un altra città, secondo quanto dichiarato da Brian Elliott, general manager di Google Express, servizio di consegna merci, inclusi alcuni cibi secchi, ai clienti della piattaforma. Tra i partner di Google in questa impresa figurano catene alimentari come Whole Foods Market e Costco.



“Per quanto siano molti i commercianti che hanno avuto successo con Google Express, non rappresentiamo l’intera gamma di possibilità ad oggi” ha detto Elliott in un’intervista. “Per noi, come per i commercianti, è un incentivo aiutare i clienti ad avere l’intera fornitura del negozio disponibile a casa”.
Google sta investendo nei servizi di consegna a domicilio per ottenere ancora più traffico verso i propri siti web. Questa mossa mette l’azienda in competizione ancora più diretta con Amazon che offre il suo servizio Amazon Fresh in varie città americane e che, secondo dati recenti, è uno dei competitor a costo più basso nella città di New York. Gli alimentari online costituiscono 10,9 miliardi di dollari nell’industria statunitense e ci si aspetta che il mercato aumenti del 9,6% all’anno fino al 2019. Secondo il rapporto di IbisWorld divulgato a dicembre. Amazon, per di più, ha fatto sapere che a breve entrerà nel mercato delle consegne a domicilio da parte di ristoranti attraverso il servizio Prime Now, che funziona con una app.

Google sta anche espandendo il suo mercato di consegne veloci nel Midwest americano verso oltre 25 milioni di potenziali clienti in luoghi come Indiana, Wisconsin e Ohio. La compagnia offre già il suo servizio a Manhattan e Chicago con Walgreen, Kohl’s e altri marchi retail. La sfida dei cibi freschi, comprese frutta e verdura, fa parte di un allontanamento dalle consegne da magazzino, che può aumentare la difficoltà operativa, rendendo necessaria la refrigerazione. D’altra parte, dare ai clienti l’opportunità di ordinare più articoli, anche freschi, aumenta esponenzialmente le possibilità di profitto, secondo quanto dichiarato da Elliott.


“Se devo pagare qualcuno per portare il prodotto da un punto A a un punto B, più grande è l’ordine, più riesco ad ammortizzare i costi di quel servizio”, ha concluso.
In Italia l’abitudine agli acquisti online è ancora limitata ad oggetti di difficile reperibilità o comunque non alimentari, ma le generazioni più giovani cominciano a fare capolino nel mondo del commercio e non sono affatto spaventate dagli e-commerce. Sicuramente dovremo tenere gli occhi aperti per non rimanere indietro rispetto al resto del mondo.


In proposito vedi anche il nostro case-study Kikilab "Hello Fresh".

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I SEGRETI DI TRIPADVISOR

Tripadvisor è ormai uno strumento fondamentale per chi ama mangiare fuori e viaggiare. Non si consultano quasi più le guide cartacee e gli amici "del posto" per sapere se in quel ristorante si mangia bene o si spende poco, basta un clic e abbiamo tutte le recensioni di chi ci è passato prima di noi per farci un'idea.
Se le stelline e le valutazioni "dal basso" dal punto di vista dell'utente arrivano come una manna dal cielo, può non essere altrettanto da quello del ristoratore/albergatore/gestore del locale, esposto a critiche feroci e anonime.


Per porre un freno a questo problema e rispondere alle critiche mosse a Tripadvisor, Adam Medros, senior vice president di prodotto della piattaforma, ha rilasciato recentemente un'intervista al quotidiano online Tnooz che spiega nel dettaglio le misure precauzionali e i metodi di controllo del sito.
Come prima fase di controllo Tripadvisor si serve di ben 50 filtri automatici che analizzano le recensioni prima di autorizzarne la pubblicazione sul portale. Dopodiché si verifica una delle seguenti opzioni:
1. Se non sono stati rilevati problemi la recensione viene pubblicata
2. Se vengono rilevati dei problemi ben riconoscibili (ad esempio vengono identificate parole che vanno contro le policy) la recensione viene rifiutata
3. Se vengono rilevati dei problemi ma c’è la necessità di ulteriori analisi, interviene lo staff che determinerà se rispetta le linee guida del sito.
Gli addetti a quest'ultima fase sono 300 “content specialists” di cui molti con esperienza nel settore legale, in quello delle frodi di carte di credito e dell’informatica legale, che stabiliscono la "content integrity" delle recensioni immesse.

Tra gli strumenti più innovativi utilizzati da TripAdvisor per individuare comportamenti anomali ci sarebbe addirittura uno tool di “visual analytics” che confronta le recensioni buone e quelle di dubbia autenticità analizzandone molti aspetti, dagli indirizzi IP di provenienza alla storia del recensore, che vengono poi incrociati con altri dati (anche esterni al sistema), come informazioni ottenute dall’albergatore o dalla community.
Negli ultimi tempi, poi, è cresciuto esponenzialmente il fenomeno delle recensioni inventate ad hoc da finti utenti che in realtà vengono pagati per scriverle. Si tratta delle cosiddette “optimization companies”, ossia le compagnie che vendono recensioni positive. In questo caso lo staff di TripAdvisor cerca di tutelarsi con vari metodi, come: esaminare le recensioni vendute a un hotel e da quelle risalire a quelle scritte per altri hotel a pagamento; rispondere a offerte di lavoro da parte di agenzie di questo tipo, per risalire alle strutture che hanno pagato o fingere di essere una agenzia di ottimizzazione e incastrare gli hotel che li contattano. Con questi metodi recentemente sono state penalizzate 150 strutture.
Un ruolo importante lo svolgono anche gli albergatori, che possono segnalare casi sospetti come persone con interessi a postare recensioni negative, chi trae guadagno da finte recensioni o persino recensioni-minaccia subite per ottenere uno sconto. Va detto che di fatto, secondo Madras, solo nel 20% dei casi le minacce si concretizzano in recensioni reali.
Il vicepresidente aggiunge che delle 139 recensioni che l’azienda riceve ogni minuto, davvero pochissime sono fraudolente o problematiche, perché il pericolo di incorrere in penalizzazioni farebbe da deterrente per molti malintenzionati.

Per fare un esempio concreto di indagine di TripAdvisor, Manos racconta: "Nel maggio 2014 TripAdvisor riceve una recensione dall’IP di un hotel. Viene inviata dunque una mail di verifica all’utente, ma l’utente non risponde e la recensione non viene pubblicata. A luglio una nuova recensione arriva dallo steso IP e ancora viene mandata una mail di verifica: questa volta l’utente risponde, ma per verificare l’autenticità della recensione lo staff svolge qualche indagine online e da Facebook emerge che l’utente in questione è un dipendente dell’hotel. Ovviamente l’hotel è stato penalizzato per il tentativo di frode".

Fonte: Bookingblog.com

 

 

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I 10 ERRORI DI MARKETING PIU' COMUNI

Non siamo tutti esperti di marketing, figuriamoci quando si tratta di social media marketing!
Certo, ci sarà sempre chi crede che basti aprire un profilo Twitter e una pagina Facebook per pensare di essere “il mago dei social”, ma a volte sarebbe meglio essere prudenti e soprattutto modesti e capire che c’è sempre da imparare in un campo in continua evoluzione.
A questo scopo il sito di attualità Mashable.com ha stilato una classifica degli errori più comuni che ogni social marketing manager commette prima o poi, chiedendo ai ragazzi dello YEC (Young Entrepreneur Council, associazione statunitense di giovani imprenditori).
Ve li elenchiamo di seguito per imparare ad evitarli.

1- Usare un hashtag per tutto
Il troppo stroppia, si sa. Quindi non è necessario “targare” ogni parola nei vostri Tweet, ma solo quelle più significative o che rimandano ad un argomento seguito (trend topic). Altrimenti il senso proprio dell’hashtag si va a perdere e invece che rimandare ad un determinato topic, creando interazioni, il vostro intervento cadrà nel vuoto. Non siete teenager con urgenze comunicative, siate strategici.

2- Non interagire con i clienti sui social
E’ una follia comunicativa postare decine di informazioni su sé stessi o sulla propria azienda ogni giorno senza rispondere a messaggi o commenti di utenti che chiedono chiarimenti o, perché no, ci criticano. La comunicazione è fatta di domande…e risposte. I social media vivono di interconnessioni e queste si costruiscono solo dando voce al vostro brand o alla vostra azienda come se fosse una persona in carne ed ossa: il cliente cerca risposte e voi dovrete fornirgliele. Anche quando risulta difficile

3- Comprare follower
Non si fa, è come barare: i clienti vanno conquistati e non acquistati. Inoltre è paradossale se ci pensate: avete aperto un profilo Facebook perché la vostra azienda ha bisogno di maggiori entrate e la prima cosa che fate è spendere denaro per avere più like? Tra l’altro i follower che acquistate non sono persone reali ma finti profili creati ad hoc, perciò non avete guadagnato un bel niente.

4- Incongruenze B2C
Non cercate di essere ciò che non siete: se avete un ristorante gourmet con una clientela di mezza età, non spacciatevi per l’ultima novità giovane alla portata di tutti. La fiducia è un valore fondamentale tra azienda e clientela, anche su internet.

5- In attesa della viralità
Per diventare virali non basta postare un video con i gattini (soprattutto se non state promuovendo uno studio veterinario), ma come prima cosa, c’è bisogno di creare un contenuto interessante e attinente. Poi, è necessario promuoversi ad un pubblico altamente targettizzato perché inizi il passa parola. E poi siamo sicuri di voler far diventare la nostra azienda virale? Sul web è l’equivalente delle meteore.

6- Cercasi PR disperatamente
Le aziende di PR (o comunicazione) sono l’elemento più dispendioso nel bilancio di un’azienda piccola o giovane e il gioco potrebbe non valere la candela. Un tempo, quando i media erano meno e accentrati un PR poteva rivelarsi essenziale, ma oggi potete costruire i vostri contatti quasi del tutto autonomamente. Un blog dedicato con 2.000 lettori al giorno può essere più utile di un sito web.

7- Preoccuparsi troppo degli imitatori
Essere gli ultimi arrivati non è mai facile, ma quando iniziate a capire come funziona e fare le cose per bene, gli altri cominceranno a “prendere in prestito” le vostre idee. Anche se l’emulazione è la forma migliore di apprezzamento, potrebbe essere difficile restare a guardare mentre il vostro brand si perde nella confusione del mercato. Abbiate fiducia nei vostri clienti, che vi supereranno e sapranno riconoscere l’originale.

8 - Usare gli annunci su Facebook senza una strategia
John Rampton, di Host, ha dichiarato di aver speso centinaia di dollari in ads su Facebook e su un totale di 100 aziende, il 70% non ha incrementato affatto il proprio profitto, il 10% ha ottenuto ottimi risultati e il restante 20% ha raggiunto il break-even. Questo perché serve una strategia, fare dei tentativi e restringere il proprio pubblico prima di sperperare il capitale su annunci a pagamento a casaccio.

9- Buttarsi senza rete
L’equivalente nel marketing è fare una campagna pubblicitaria senza prima testare gli strumenti che avete in mano. Spesso si commette l’errore di lanciare una campagna online subito dopo il lancio dell’azienda sui social network senza monitorare prima il comportamento dei nostri user.

10 - Fare il passo più lungo della gamba
Come sempre, teniamo a mente chi siamo e cosa vogliamo ottenere dalla nostra campagna marketing. Non possiamo pretendere lo stesso numero di follower della Coca-Cola solo perché abbiamo un bar che la vende, in poche parole.


Fonte articolo: Mashable.com 

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De-Branding, l’ultima frontiera del marketing

Nike, Starbucks, Coca-Cola e Nutella. Se l’hanno fatto loro, è una garanzia di successo.


Di cosa stiamo parlando? Del “de-branding”, l’ultima moda in fatto di marketing, ovvero la rimozione del nome dell’azienda dal marchio e dal prodotto.
Nike ha iniziato ad essere identificata con il famoso baffo già da qualche anno: tutti sanno che lo “swoosh” bianco su campo nero significa Nike, non c’è nemmeno bisogno di dirlo.


Poi, in ordine cronologico, è toccato a Apple e Starbucks: via le scritte, solo mela e sirenetta. Di nuovo, tutti lo sanno.


Infine Coca-Cola, che si è spinta anche oltre con la customizzazione: non solo l’ondina bianca su fondo rosso, ma anche i nomi propri e vezzeggiativi vari degli utenti su tutte le bottiglie, bottigliette e lattine.


La customizzazione ha colpito poi anche i-Pod e caffè Starbucks, che hanno deciso di battezzare i propri prodotti con i nomi dei consumatori, in modo che quello fosse solo l’i-Pod di Tizio e solo il caffè di Caio.
Visto che funzionava, anche alla Ferrero si sono detti: perché no? Ed ecco arrivare un esercito di barattoli di Nutella con su scritto (con lo stesso font e gli stessi colori): Marco, Paolo, Giulia, ecc…


Ma come mai questo metodo riscuote tanto successo commerciale? A quanto pare tutti noi vogliamo sentirci speciali, coccolati e unici. Nessuno vuole sentirsi solo un numero o una goccia nel mare e questo le grandi aziende l’hanno capito da tempo e hanno saputo sfruttarlo a loro vantaggio. Quando troviamo il nostro nome su un prodotto così noto e diffuso come la Coca-Cola, ci sentiamo noi stessi un’icona pop, come se comparissimo su un quadro di Andy Warhol. E se il nostro nome non c’è? Nessun problema, potete scrivere alla pagina Facebook di Nutella e, tramite un’applicazione, richiedere la vostra etichetta personalizzata (e qui parte un’altra operazione di marketing intelligente: se volete potete fotografare il vostro barattolo e pubblicare la foto per partecipare a un contest).
Anche Coca-Cola non si è certo fermata al marketing tradizionale, ma con la campagna “Condividi la tua Coca-Cola” è diventata web e virale: il traffico sulla pagina Facebook è aumentato del 870%, gli iscritti sono cresciuti del 6,8%; su Twitter l’hashtag è stato utilizzato 29.000 volte.


Riassumendo, il de-branding funziona perché:
– è virale: il consumatore medio tende a condividere la sua soddisfazione per il prodotto personalizzato.
– è emozionale: un’azienda che rinuncia al suo marchio a favore del nome del consumatore fa un atto di amore verso l’utente affezionato.
– è commerciale: è provato che le vendite aumentano.

 

 

Fonte: Zarri Comunicazione

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Packaging: quando la trasparenza serve

In inglese si chiamano see through packaging, ovvero: confezioni attraverso le quali si vede il contenuto.

In ambito alimentare, soprattutto, sono una garanzia per il consumatore e per chi mangia con gli occhi prima che con la bocca. Negli Stati Uniti hanno preso piede da una decina d’anni a cominciare da tutti quei prodotti naturali, bio o salutistici che si dirigono ad una clientela particolarmente attenta, anche alle apparenze.
Da noi hanno cominciato a spuntare sugli scaffali dei supermercati da qualche tempo e attirano davvero l’attenzione.
Il Wall Street Journal gli ha addirittura dedicato un articolo, con tanto di illustrazione interattiva, per spiegarne il successo.  

 

(L'illustrazione del Wall Street Journal)

Secondo quanto scrive l’autrice Sarah Nassauer i packaging in questione si possono suddividere in:
- buste con finestra, per quegli alimenti che subiscono negativamente la luce (ad esempio le patatine che contengono grassi polinsaturi);
- aperture sagomate, che giocano con il contenuto riproducendone la forma ad esempio
- finestre colorate che riproducono ed enfatizzano il colore del contenuto (come ad esempio le confezioni di yogurt con il disegno della frutta);
- aperture a metà, che spesso sono sulla parte bassa della confezione, a contrasto con quella alta che nasconde il contenuto come le buste tradizionali;
- bottiglie trasparenti, in plastica, che imitano quelle di vetro (usate soprattutto per succhi di frutta);
- incarti trasparenti, specie per barrette di cereali e snack che vogliono evidenziare la propria genuinità.

Se il consumatore è più portato ad acquistare un prodotto che può vedere con i suoi occhi (il famoso “vedere cammello”), è anche vero che c’è un rovescio della medaglia: non tutti gli alimenti danno il meglio di sé se esposti a luce, aria e tutte le vicende che intercorrono nel periodo che va dalla produzione all’esposizione.
JoAnne Garbe, a capo dell’area sviluppo dell’azienda alimentare General Mills, infatti, ha dichiarato che ci è voluto più di un anno di tentativi per trovare il packaging adatto alle loro barrette di frutta e nocciole. Il suo team ha testato pellicole e materiali plastici per bilanciarne l’ingresso di ossigeno, luce e umidità in modo da non deteriorare il contenuto. Ogni versione di packaging è stata sottoposta ad un test in scatole con temperatura e luce controllate per mimare tutte le varie fasi che il prodotto avrebbe attraversato dal magazzino (buio e asciutto), al trasporto (buio e umido), al bancone del negozio (luce diretta).

C’è anche chi ha trovato nei packaging trasparenti la soluzione di marketing ideale, creando delle vere e proprie opere d’arte, come quelle che vi elenchiamo di seguito a titolo d’esempio.
Qualcuna non è proprio di buon gusto, ma si tratta comunque di ottime trovate pubblicitarie che uniscono l’utile al dilettevole.

Gomme da masticare, sorridenti

Panino dietetico

Biscotti (non dietetici)

4 salsicce, esatte

 

Biscotti "Bla Bla"

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Cinépolis: il risto-cinema

L’idea, non ci stupisce, viene dall’America, più in particolare da una compagnia di base in Messico, ed è innovativa per quanto basilare.
L’ispirazione nasce da una semplice constatazione: quanti di noi amano mangiare davanti alla tv? Magari distesi sul divano, dopo una lunga giornata di lavoro, gustando schifezze. Siamo in molti, ammettiamolo.
Nasce da qui “Cinépolis”, una serie di multisale cinematografiche di lusso che hanno una marcia in più: il bar-ristorante che vi serve i pasti direttamente alla poltrona.


L’impero di “luxury cinema” Cinépolis si è già allargato in gran parte della California, con cinque sale da circa 60.000 mq e altre in via di apertura.
Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente del gruppo, Conor Flynn, le entrate sono ottime e in costante aumento.
Entrando in una sala Cinépolis si ha la sensazione di essere nella lobby di un hotel di lusso: bancone del bar scintillante, poltroncine di design, tappeti e quadri eleganti, illuminazione accuratamente studiata e un menu di cocktail, aperitivi e vini pressoché illimitato. Il bar è aperto a tutti gli avventori, anche chi non desidera proseguire la serata al cinema.

Se invece, dopo l’happy-hour, volete cenare e vedere un bel film (contemporaneamente) potrete fare il biglietto in maniera tradizionale per lo spettacolo desiderato o saltare la fila e farlo in anticipo on-line, con la possibilità di scegliere il posto che preferite in sala.
Una volta accomodati sulle poltrone di pelle (completamente reclinabili), si può dare un’occhiata, grazie alle abat-jour accanto a ogni sedile, all’ampio menu del ristorante e scegliere tra piatti tradizionali, hamburger, insalate, pizze, sushi, sei tipi di pop-corn, caramelle e dolci gourmet. Poi non vi resta che premere il pulsante di chiamata e arriverà il vostro cameriere a prendere l’ordine.


Anche i tavolini, uno per ogni poltrona, sono estraibili e girevoli, per essere avvicinati e allontanati a piacere.
Questo tipo di servizio non è dedicato solo agli adulti, ma a tutta la famiglia, con menu specifici anche per i più piccoli, che si divertono un mondo a mangiare guardando il loro cartone preferito.


Se volete dare un’occhiata a Cinépolis qui trovate un video promozionale e qui un reportage all’interno di una delle sale.
Date un’occhiata, è un’idea di format sicuramente da esportare!

 

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L'IMPORTANZA DEGLI INFLUENCER

Esiste tutta una nuova schiera di mestieri 2.0 dei quali molti di noi non conoscevano l’esistenza fino a pochi anni, o addirittura mesi, fa. Uno di questi è il cosiddetto “web influencer”, ritenuto una figura di fondamentale importanza soprattutto a livello di campagne marketing di grandi aziende.

Si tratta in pratica della naturale evoluzione del testimonial, personaggi famosi usati fin dal boom degli anni ’50-’60 per sottolineare e divulgare la qualità di un determinato prodotto. Questo perché i clienti tendono a credere alla voce e al volto dei VIP, si fidano di loro come di una persona di famiglia, e le aziende ne traggono vantaggio per ciò che questi personaggi rappresentano nell’immaginario collettivo. Nella mentalità del consumatore medio, infatti, che se un calciatore sponsorizza una marca di abbigliamento sportivo, piuttosto che una bevanda energizzante, questa dovrà essere di qualità: se lo dice lui…


Ma cos’ha un influencer di più rispetto ad un semplice testimonial? Lo strumento web/social. Questi soggetti sono infatti persone normalissime che, grazie alla popolarità acquisita sul web (spesso tramite social network o blog), hanno una marcia in più rispetto agli altri. Con i loro migliaia di follower/fan/lettori hanno tra le mani un patrimonio interessante per un’azienda che vuole ampliare il suo pubblico.
Siamo passati dalla società della televisione a quella del web, in cui potenzialmente chiunque può diventare una star, un fenomeno, dall’anonimato totale allo status di “Tweet-star” o “Youtuber”.
Più nel dettaglio, gli influencer sono solitamente molto giovani, in grado di far presa sui loro coetanei nativi digitali, ai quali le aziende sono interessate come potenziali acquirenti perché non raggiungibili attraverso i media tradizionali (tv, radio, giornali). Per parlare ai giovani, i cosiddetti “Millenials”, bisogna passare da Facebook, Youtube e Instagram.


L’ambito che sta sfruttando di più gli influenzare è quello della moda, con fashion-blogger come Chiara Ferragni e Mariano Di Vaio ingaggiati con contratti dorati per sponsorizzare determinati brand sui loro canali social. Il costo medio di un post su Instagram o Facebook da parte di un influencer può variare dai 5 ai 10.000 dollari, a seconda del prodotto e dell’azienda in questione. A volte anche di più.
Altro discorso sono gli Youtubers, in gran parte commentatori di video ironici e recensori di videogiochi sul popolare canale: i più popolari hanno raggiunto i 20-30 milioni di visualizzazioni. Qui trovate una lista dei più famosi Youtuber al mondo. here
Secondo il sito web Ninja Marketing: “Instagram in particolare è diventato l’ambiente ideale di questo nuovo micro-universo per una serie di motivi. Ha un engagement sui post 60 volte più ampio rispetto a Facebook e 120 rispetto a Twitter. È un social in forte crescita, con 300 milioni di utenti attivi, 75 dei quali attivi ogni giorno. Infine, coinvolge una fascia di popolazione giovane e ricettiva e l’uso di immagini e video lo rendono di immediata fruizione”.


Da qui nasce una nuova branca pubblicitaria che prende il nome di “Influencer Marketing”, ovvero l’uso di questi personaggi da parte delle aziende per pubblicizzare i propri prodotti. Le aziende si stanno rendendo conto, anche in Italia, di quanto convenga puntare su metodi innovativi e canali nuovi per attirare l’attenzione del pubblico, troppo distratto da pubblicità di ogni sorta.
Perché dovremmo servirci di questo nuovo strumento? Ecco una lista di ragioni:
-tramite gli influencer potremmo targettizzare in maniera più mirata la nostra potenziale clientela;
- usare gli influencer come testimonial aumenta la nostra credibilità;
- risparmieremo denaro perché solitamente un influencer e una campagna marketing social sono meno dispendiosi dei metodi tradizionali;
- la visibilità del brand e le vendite aumenteranno;
- potremo coinvolgere la nostra clientela in maniera dinamica e interattiva (e senza limiti fisici);

Fonte: The Web Mate 

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POP-UP: NEGOZI A SORPRESA

Un tempo li avremmo chiamati semplicemente bancarelle, ma con l’evolversi dei metodi commerciali, delle tecniche e degli spazi di vendita questi negozi temporanei hanno assunto il nome di pop-up store o temporary store.
Si tratta di punti vendita concepiti per restare aperti un periodo breve e determinato di tempo, nati nei primi anni 2000 negli Stati Uniti e diffusisi in Italia a partire dal 2007 circa.


Così nelle principali città del nostro paese (ma, nel periodo estivo, anche nelle località balneari) vediamo spuntare come funghi punti vendita nei più disparati format: container, Ape, bicicletta, carretto, ecc..
Addirittura in Danimarca si sono inventati un ristorante pop-up, che emerge e prende forma dall’interno di un container, con tanto di camerieri, quando i passanti premono un pulsante rosso.


Il concetto di pop-up è proprio quello dell’apertura a sorpresa e improvvisa, mentre, se vogliamo, quello di temporary store è più vicino al concetto di vendita al dettaglio tradizionale, anche se scandita da tempistiche più brevi.
Il temporary retail è considerato una vera e propria strategia di marketing, poiché permette di far conoscere un marchio o un’azienda, testando il mercato per un breve lasso di tempo prima di aprire un negozio vero e proprio o lanciare un nuovo prodotto. Anche la stessa apertura del pop-up store è diventata un evento promozionale, anticipato da azioni che creano una certa aspettativa nel pubblico-target. Piazzare un container su una spiaggia (H&M), una scatola di scarpe gigante (Adidas) o un enorme pacchetto regalo (Tiffany) al centro di una piazza costituiscono sicuramente una grossa attrattiva agli occhi dei passanti.


I temporary shop consentono di cambiare il tipo di merce in vendita a cadenza regolare, ad esempio vendendo abbigliamento per sei mesi e accessori per cellulari nei sei successivi.
Mettendo in evidenza l’aspetto temporaneo della vendita, i potenziali clienti saranno sicuramente più propensi all’acquisto, vista la “precarietà” del negozio che verrà chiuso a breve e la convenienza su cui spesso punta il gestore.
Tendenzialmente i grandi marchi, già noti, usano questo metodo per far conoscere nuovi prodotti o testare le potenzialità di una determinata città o area, mentre i marchi meno noti possono servirsi di pop-up o tempora store come risposta alla crisi, trattandosi di una formula che permette di aggirare i costi fissi e le spese di avvio di un punto vendita tradizionale.


Fonte Immagini: Pinterest

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Cos'è l'Inbound Marketing

Ci sono parole che invadono la nostra vita di tutti i giorni e che, a volte, usiamo senza comprenderne appieno il significato.
Molte di queste appartengono al lessico del marketing (altro anglicismo che rappresenta ancora un mistero per molti) e possono essere degli strumenti utili per il nostro lavoro. Come l’inbound marketing. Di cosa si tratta?

Secondo la definizione che troviamo on-line è: “una modalità di marketing centrata sull'essere trovati da potenziali clienti (outside-in) in contrasto alla modalità tradizionale, detta anche outbound marketing (inside-out) che è imperniata su un messaggio direzionato unicamente verso il cliente. Con l'Inbound si passa dall' Interruption al Permission Marketing: l'audience va conquistata fornendo contenuti interessanti e utili per il target di riferimento, non interrotta”.
Fuor di metafora, si tratta di un tipo di pubblicità tesa a creare un interesse nel cliente in modo che sia lui stesso a fare il primo passo verso la nostra azienda/offerta e non viceversa.

Il “permission marketing” a cui accennavamo poche righe sopra è un’altra definizione inglese che calza a pennello e spiega perfettamente di cosa stiamo parlando: chiediamo il permesso al cliente di presentargli la nostra proposta e non lo assaliamo né costringiamo ad ascoltarci.
In un momento come questo, in cui l’utente medio è costantemente bombardato da informazioni e annunci, cercare di attirarlo senza insistenze sembra la migliore delle soluzioni.Si tratta di guadagnarsi l’attenzione del cliente piuttosto che esigerla o imporsi.


Un bravo Inbound marketer si avvale di strumenti quali: contenuto, SEO (ottimizzazione dei motori di ricerca), Social Media Marketing, e-mail marketing e SEM (marketing dei motori di ricerca).
Questo tipo di marketing è dunque strettamente legato all’uso delle moderne tecnologie, internet in primis, con scopo comunicativo.

Per qualche consiglio più dettagliato vi rimandiamo a questo articolo della rivista Wired.

 

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ECO-PACKAGING: DA SCATOLA A GRUCCIA

E’ di una studentessa canadese questo progetto di design che trasforma una scatola in un appendiabiti.
L’autrice si chiama Diana Castaneda ed ha vinto il concorso tra studenti di Arti Applicate a Vancouver grazie a questa idea che unisce l’utile al dilettevole.
La scatola, in cartone, è stata ideata per l’azienda di abbigliamento Enzo, molto attenta non solo alla moda ma anche al design e alle ultime innovazioni per i propri clienti. Il committente aveva necessità di un packaging che fosse ecologico ed economico per le sue camicie da uomo.


La soluzione è arrivata con questa scatola pieghevole, ricavata da un singolo foglio di cartone che quando viene aperta, seguendo le linee indicate, diventa una gruccia per appendere la camicia nell’armadio o in un espositore.
Il packaging è stato progettato in modo da mostrare il nome e logo dell’azienda sia sulla scatola che sulla gruccia.


Una soluzione che rappresenta non solo inventiva e originalità, ma che va premiata anche per il rispetto dell’ambiente poiché il cartone può essere riciclato e assumere nuove, innumerevoli forme e utilizzi.

Fonte immagini: Packaging of the World 

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Il negozio più sostenibile d'America

Nato nell’agosto 2012 ad opera dei fratelli Christian e Joseph Lane, in.gredients è una drogheria, come quelle di una volta ma con una marcia in più: è all’avanguardia in fatto di sostenibilità.

Il negozio non utilizza quasi alcun tipo di imballaggio e cerca per quanto possibile di vendere gli alimenti in cassette o cestini. Se i clienti necessitano di sacchetti sono comunque acquistabili, al prezzo di 5 centesimi. La stessa metodica viene applicata anche ad altri prodotti come quelli per le pulizie o gli oli da cucina, tutti venduti a peso.
I clienti ormai lo sanno e portano buste, sacchetti e cassette da casa, si premuniscono, insomma, facendo ciò che gli americani già chiamano “precycling”, cioè un pre-riciclaggio. Prima di pagare la propria spesa, i clienti pesano i loro acquisti al netto dei contenitori.


Certo, capita anche al cliente più abituale di dimenticare la busta a casa, ma uno dei due titolari, Christian Lane, dice: “Non siamo così rigidi da perdere un cliente quando capita. Offriamo delle buste di carta gratuite e di plastica a pagamento, sempre in ottica ambientalista.
Secondo la legge dello stato del Texas, dove si trova il negozio, alcuni prodotti necessitano però di confezione per evitare contaminazioni e infezioni (come la carne, il pesce e i latticini). In.gredients ha ovviato a questo problema con incarti singoli, ma, nonostante questo, il 69% dei loro prodotti viene venduto senza incarto. Anche gli scaffali del negozio sono riciclati, fatti con vecchie cassette per il vino.
“La gente capisce cosa cerchiamo di fare e lo apprezza” dice Lane.


Circa il 97% dei prodotti venduti da in.gredients sono prodotti localmente, come si legge dalle etichette poste su ogni cassetta che ne certificano l’origine. Ovviamente quanto “locali” siano le patate, piuttosto che i pomodori, dipende dalle coltivazioni e dai periodi, ma non ci si allontana mai fuori dallo stato del Texas.
E i fratelli Lane hanno interpretato davvero alla lettera il concetto di “km 0”, coltivando un orto proprio di fronte al negozio in cui crescono insalata e erbe aromatiche.


Come spesso accade per i prodotti biologici, non tutto ha un bell’aspetto, ma l’importante è la sostanza e il gusto, come in un mercato contadino. I clienti di questo tipo di negozio ci sono abituati e non badano più a forme o colori irregolari.
Per quanto riguarda la strategia di smaltimento dell’invenduto, spesso i prodotti che restano in negozio vengono usati per preparare cibo pronto, come sandwich, budini, torte e altri piatti della tradizione che seguono il motto “non si butta via niente”. Inoltre, parte del cibo ancora commestibile ma non vendibile viene donato ai bisognosi attraverso un ente di beneficienza locale.
Infine, da in.gredients si incoraggiano i fornitori a riutilizzare gli imballaggi come cassette e cestini e si ricicla quella poca spazzatura che si produce creando compost per un’azienda locale di concimi.

 

Articolo tradotto da: Food&Wine, foto @Jonathan Bloom

 

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Olio d'oliva, un packaging utile

La giovane designer Alessia Sistori ha avuto questa originale idea nel momento in cui in alcuni paesi europei non è stato più possibile, per legge, riempire nuovamente le bottiglie di olio d'oliva terminate.

Allora ha ideato questo packaging "interattivo", come lo definisce lei stessa, che per il momento è solo un progetto ma che potrebbe trovare molti utenti interessati all'acquisto. Si tratta di una bottiglia leggermente più piccola del solito, monouso, con un'etichetta staccabile dal fronte della bottiglia che può essere ripiegata sull'apertura, per versare l'olio senza sporcare e senza sprecarne nemmeno una goccia!

Inoltre, staccando la parte dell'etichetta da usare come beccuccio, si può vedere in trasparenza il contenuto della bottiglia, come in una finestrella che permette all'utente di controllare quanto olio rimane, oltre che valutare la qualità del contenuto.

L'etichetta pensata da Alessia, prima dell'uso, ricopre la bottiglia a 360° per proteggerne il contenuto da luce e calore e la forma della bottiglia richiama quelle eleganti che si possono trovare sul tavolo di un ristorante. Voi sareste interessati ad un 

Fonte: Packaging of the World 

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Conoscete lo Smart Work?

Mai sentito parlare di smart work (o lavoro agile, in italiano)?
Si tratta di “una modalità di lavoro innovativa basata su un forte elemento di flessibilità, in modo particolare di orari e di sede. Il futuro dell’organizzazione del lavoro passa necessariamente da qui: lì dove il lavoro incontra le nuove tecnologie”, secondo la definizione data nella proposta di legge depositata in Italia il 31 gennaio 2014. 

Il mondo del lavoro è cambiato, perciò anche i suoi metodi andrebbero adattati: non svolgiamo più (o quasi) attività che coinvolgono oggetti fisici, ma informazioni, lavori intellettuali che teoricamente possono essere svolti in luoghi e orari variabili a seconda delle nostre necessità. Quante volte rispondiamo ad un’email da casa? Oppure ci capita di terminare un lavoro sul divano, la sera, con un occhio alla tv e uno al tablet?
Molti di noi non svolgono nemmeno un lavoro alla volta e per qualcuno è diventato anche difficile rispondere alla domanda: “che lavoro fai?” perché i nostri compiti sono aumentati e si sono diversificati enormemente rispetto anche solo a una decina di anni fa.

Molte aziende, soprattutto oltreoceano e nel Nord Europa, quindi, hanno deciso di investire su un cambiamento dei metodi e gli spazi di lavoro, lasciando al lavoratore la scelta di orari e luoghi. Ovviamente, per poter arrivare a ciò, è necessario anche un certo livello di fiducia e intelligenza nell’organizzazione dei propri compiti, ma l’importante è il risultato finale. Insomma: non importa come porti a termine il tuo lavoro, basta che tu lo faccia. Questo metodo viene oggi definito “per risultati attesi” e non sembra facile da digerire in una cultura come quella italiana dove siamo abituati al capoufficio/controllore che vigila sui suoi sottoposti.

In pratica c’è bisogno di una rivoluzione culturale, innanzitutto, che ci faccia uscire dalla logica (non sempre veritiera) del: se lavori 8 ore sei produttivo. Inoltre, come si legge in questo articolo de Il Corriere della Sera: “La distinzione non starà più tra dipendenti o professionisti o autonomi o piccoli imprenditori (in questo senso siamo ormai già all’interno di un sistema interclassista), anche la retribuzione (basata sui risultati) avrà una componente maggiormente meritocratica, le distinzioni in base ai contratti tenderanno a sfumare e si dovrà mettere mano a tutti i sistemi di protezione sociale, contribuzione, contratti collettivi, ecc.”.

In Italia però siamo ancora molto lontani da questo obiettivo. Pur essendo affascinati dal metodo smart, solo l’8% delle nostre aziende lo ha adottato sviluppando un piano con strumenti tecnologici digitali, policy organizzative e modifiche degli spazi fisici. Ma si stima che nei prossimi due anni la percentuale salirà al 19% (dati da Il Sole 24 Ore).

Per quanto riguarda la riprogettazione degli spazi fisici, anche se lo smart work prevede in gran parte il lavoro da casa, gli uffici “smart” devono prevedere spazi nuovi come quelli di co-working, per le telefonate riservate, per la concentrazione, il riposo (aree relax)e la socializzazione a disposizione dei dipendenti.
Anche le tecnologie, ovviamente, vogliono la loro parte: il Wi-Fi è ormai presente nell’85% degli uffici, ma anche altre tecnologie digitali sono essenziali, come: infrastrutture VoIP e strumenti di webconference e instant messaging, Mobile Business Apps, iniziative Social e Cloud Computing accessibili da qualunque luogo e strumento mobile.
Sempre su Il Sole 24 Ore si legge che i device mobili sono “fondamentali per abilitare lo Smart Working…rendono possibile accedere alle informazioni e lavorare anche al di fuori di spazi e orari di lavoro tradizionali: il 91% delle aziende ha introdotto smartphone, il 66% tablet (anche se in maggioranza per profili specifici all’interno dell’azienda), mentre è ancora limitata la diffusione degli ultrabook (44%)”.

Le aziende che in Italia hanno già adottato questo metodo di lavoro sono prevalentemente di grandi dimensioni (oltre 500 addetti) e appartengono in maggioranza ai settori Alimentare, ICT e Telecomunicazioni e Manifatturiero.
Per tutti i dati vi rimandiamo all’articolo de Il Sole 24 Ore a questo link.

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