LE REGOLE DELLA SHARING ECONOMY

Ne abbiamo parlato approfonditamente anche in occasione dell’ultimo Evoluzioni, la sharing economy è sicuramente qualcosa con cui dovremo fare i conti.
Questo nuovo settore costituito da scambi (più o meno condivisi) di auto, posti letto, pasti, ecc… è cresciuto molto negli ultimi anni, con oltre 200 piattaforme operative in Italia secondo il rapporto 2016 curato da Unicatt TraiLab Collaboriamo.org.
La crescita di queste piattaforme nel nostro Paese è del 10% su base annua e del 49% rispetto al 2014. Un grosso potenziale economico soprattutto se si pensa alla vastità del pubblico raggiungibile tramite il web rispetto ai mezzi tradizionali.
Uno studio dell'Università di Pavia ha calcolato in 3,5 miliardi il giro d'affari generato in Italia dalla sharing economy, con prospettive di crescita fino a 25 miliardi al 2025.
A livello europeo, poi, PwC calcola che in quello stesso anno le transazioni raggiungeranno i 570 miliardi di controvalore, solo conteggiando i cinque principali settori (finanza, alloggi, trasporti, servizi domestici e servizi professionali).

Per il Governo, sia Italiano che Europeo, è dunque suonato un campanello d’allarme per quanto riguarda la regolarizzazione fiscale dell’economia della condivisione, in costante crescita nonostante (o forse proprio a causa di) l’assenza o carenza di regole, vincoli e diritti.
Per fare un esempio, gli utenti delle piattaforme sono nella stragrande maggioranza soggetti “privati” senza partita Iva che guadagnano somme variabili in maniera più o meno continuativa. Questo causa non poche incertezze sull'inquadramento dei proventi, difficile incasellare nelle categorie già esistenti.
La prima tassa emessa in merito nel nostro paese è quella sugli “affitti brevi” (nota anche come tassa Airbnb) appena introdotta con la manovrina convertita in legge dal Parlamento (il Dl 50/2017). La nuova legge impone agli intermediari digitali (e a quelli tradizionali) di applicare una ritenuta sui canoni degli affitti brevi per contrastare il rischio di evasione fiscale.
Nel caso degli affitti è stato possibile servirsi di figure giuridiche già note (la ritenuta e la cedolare), ma non è possibile applicare metodi “vecchi” a tutti i nuovi metodi di business.
Fatto già evidente nelle due proposte di legge all'esame del Parlamento: quella sull'home restaurant (già approvata in prima lettura dalla Camera lo scorso 17 gennaio, As 2647) e quella omnibus sull'economia collaborativa, il cosiddetto sharing economy act (Ac 3564), ancora lontano dal primo via libera a Montecitorio.
In entrambe le proposte emergono imprecisioni e lacune dovute alla natura stessa della sharing economy, difficilmente arginabile con nuove sezioni della dichiarazione dei redditi (il cosiddetto «reddito da attività di economia della condivisione non professionale» nella proposta), aliquote flat o massimali dei ricavi.
Tanto che anche l'Antitrust ha bocciato queste scelte perché così facendo «l'operatore viene privato della libertà di definire autonomamente come e in che misura organizzare la propria attività economica».
Lo scorso 15 giugno anche il Parlamento europeo ha sottolineato l’urgenza di fissare delle linee guida sulla sharing economy, per affrontare le zone grigie delle diverse normative nazionali che ne frenano la crescita. Con la risoluzione (non legislativa), in sintesi, si chiede alla Ue di sostenere l'economia collaborativa sviluppatasi online e garantire la concorrenza leale, oltre al rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi fiscali.


Fonte: Il Sole 24Ore