I PAGAMENTI? SONO SMART

Dopo le carte di credito e i pagamenti contactless arrivano anche nei negozi Italiani i pagamenti tramite smartphone.
Basta appoggiare l’Iphone sul POS e il gioco è fatto.
Apple ha infatti introdotto anche nel nostro Paese il metodo Apple Pay, una app che incorpora le carte di credito nell’iPhone, nel Watch, nei tablet e nei computer (chiaramente solo per i dispositivi Apple).

Hanno subito seguito Apple anche altri colossi smart con: Android Pay (di Google), Amazon Pay, Samsung Pay, PayPal ecc…ancora non tutti disponibili in Italia.
Ci sono poi servizi come Vodafone Pay, una sezione del Vodafone Wallet, che consente di pagare con lo smartphone e Sim Nfc come se si usasse una carta contacless.

I numeri di questo nuovo business sono già rilevanti nei tanti Paesi dove il sistema è attivo da tempo (Stati Uniti, Australia, Canada, Cina, Francia, Giappone, Regno Unito, Russia,…) e secondo i dati di Business Insider gli esercenti che lo accettano nel mondo sono 20 milioni per un giro d’affari che supererà i 500 miliardi di dollari nel 2020. Tanto per avere un’idea concreta: negli Usa quasi il 90% delle transazioni contactless sono fatte con Apple Pay.

In Italia Apple Pay inizia a funzionare con carte di credito e prepagate di Unicredit e Carrefour bank. Altri istituti seguiranno. Tra i partner della grande distribuzione dove è già possibile fare acquisti c’è di tutto, da Auchan a La Rinascente.

Sul futuro successo di questo metodo di pagamento Valeria Portale, direttrice dell’Osservatorio sui mobile payments del Politecnico di Milano, dice: «Esercenti e consumatori devono poter accedere facilmente al servizio e comprenderne i vantaggi. Gli italiani amano il contante, che però al sistema Paese costa oltre 34 miliardi di euro per il “nero” che genera».
Gli italiani sono sempre più propensi ad usare carte di credito e fare acquisti online: «I pagamenti con le carte nel 2016 hanno raggiunto 190 miliardi di euro, il 24% dei consumi degli italiani» conferma Portale. «E gli acquisti online fatti con dispositivi mobili l’anno scorso hanno toccato i 3,9 miliardi di euro».
E per quanto riguarda sicurezza e privacy? «Né l’iPhone né i nostri server memorizzano il numero della carta del cliente» spiega Jennifer Bailey,vicepresidente di Internet Services e Apple Pay. «Tutto il processo di pagamento è completamente sicuro per l’utente, grazie al sistema di codici che regola le transazioni. Pagando con l’iPhone, l’utente deve poi utilizzare il sensore di impronta digitale per avviare il processo» spiega Bailey. E se si smarrisce il device, Pay può essere bloccato in tempo reale. 
«I pericoli» spiega Portale «emergono quando si sperimentano sistemi completamente nuovi. Ma in questo caso ci si basa su banche e circuiti di pagamento i cui standard di sicurezza sono ampiamente consolidati».


Fonte: Repubblica.it

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Il terziario che verrà

Il Centro di Formazione Management del Terziario di Confcommercio e Manageritalia hanno realizzato un’indagine previsionale dedicata allo Scenario del Terziario Futuro 2020 per capire quale sarà l’evoluzione del settore e come creare una nuova cultura digitale.
La sinergia tra online e offline sarà sempre maggiore e la clientela, sempre più informata ed esigente, richiederà alcune caratteristiche tipiche dell’e-commerce anche nei negozi fisici (ad es. maggiore specializzazione in intrattenimento, disponibilità immediata e informazioni sofisticate).
“Il digitale sarà un’arma che anche il piccolo negozio al dettaglio dovrà integrare al meglio con l’esperienza fisica per competere con i grandi distributori e/o integrarsi con essi in modo complementare” spiega Pietro Luigi Giacomon, presidente del Centro Formazione Management del Terziario.
Non solo, considerata la complessità dei prodotti che il consumatore si troverà ad acquistare, crescerà sempre di più il valore aggiunto della fase post vendita legata all’assistenza e alla manutenzione e si accentuerà la distanza tra servizi di qualità e non. Tra i settori del terziario alcuni vivranno un processo di cambiamento più rapido.
Gli store del futuro, quindi, saranno sempre di più punti di ritiro di merce acquistata attraverso piattaforme di e-commerce. Fondamentale per garantire velocità di acquisto e ritiro sarà quindi la parte logistica.
Di pari passo cresceranno e si evolveranno le professionalità di manager e addetti alla vendita, per i quali saranno sempre più necessarie le competenze relative alla gestione di grandi flussi di dati e alla loro analisi attraverso software dedicati, per andare incontro alle esigenze del nuovo cliente.

Fonte: Nuvola-Corriere.it

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A CHE ORA SI SVEGLIA UN TOP MANAGER?

Chi dorme non piglia pesci e il mattino ha l’oro in bocca…due proverbi che dovrebbero insegnarci molto sulle buone abitudini, soprattutto per quanto riguarda il lavoro. Voi a che ora entrate in ufficio o in azienda la mattina? A quanto pare per i top manager alzarsi prestissimo è una regola fondamentale: è stato calcolato che i Ceo delle grandi aziende e gli imprenditori più importanti si alzano in media alle 5.30. C’è poi chi fa colazione, sport o inizia a lavorare prima di uscire di casa.
Ecco perché vi proponiamo di seguito una carrellata delle abitudini mattutine dei grandi imprenditori…che sia d’ispirazione.

TIM COOK - APPLE
Il Ceo di Apple si sveglia alle 4.30, controlla l’email, legge i giornali, poi va in palestra. Quando entra in ufficio è quasi sempre il primo ad arrivare… e l’ultimo ad andarsene.

SERGIO MARCHIONNE-FCA
Si sveglia alle 3.30…vi parrà un po’ troppo mattiniero ma trovandosi in America e dovendo lavorare con l’Europa è necessario. Per il Financial Times «Sergio ha inventato un ottavo giorno». Solitamente, «quando in Italia è festa, va negli Usa per lavorare. Quando è festa in America, torna in Italia - sempre per lavorare», aveva raccontato un manager alla Cbs

MARY BARRA- GM
A capo di General Motors, Mary Barra si sveglia alle 5 e arriva sempre per prima in ufficio.

HOWARD SCHULTZ - STARBUCKS
Sarà che “vende” caffè, ma l’A.D. di Starbucks si sveglia alle 4.30. In tempo per una corsa in bici con la moglie e una doccia. Alle 6 è in ufficio.

RICHARD BRANSON-VIRGIN
La sua sveglia suona alle 5 e spiega: «In cinquant’anni nel mondo degli affari ho imparato che posso raggiungere molte più cose quando mi sveglio presto». Ammette però che le ore di sonno perse le recupera in aereo, mentre è in viaggio.

JEFF IMMELT-GENERAL ELECTRIC
Il Ceo della multinazionale statunitense si sveglia alle 5:30 di mattina. Si dedica poi ad un allenamento cardio, durante il quale legge i giornali e guarda il canale finanziario Cnbc. Immelt sostiene di aver lavorato 100 ore a settimana per 24 anni consecutivi.

ROBER IGER - DISNEY
SI sveglia alle 4:30, in qualunque parte del mondo si trovi. Se è a casa legge le mail, ascolta musica, guarda i notiziari e fa sport col suo personal trainer. Tutto contemporaneamente.

JACK DORSEY - TWITTER
Il fondatore di Twitter si alza alle 5.30, medita mezz’ora poi fa jogging per almeno 9,5 km.

PAUL POLMAN - UNILEVER
Il Ceo di una delle maggiori multinazionali al mondo si sveglia alle 6. Appena alzato va in ufficio e inizia a correre sul suo tapis roulant. «Durante questi minuti rifletto sulla giornata di lavoro che ho davanti».

SATYA NADELLA-MICROSOFT
Il Ceo del colosso dei computer è il più pigro, si sveglia infatti alle 7 e dorme almeno 8 ore a notte.

Fonte articolo: Corriere.it
 


 

 

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DAL GIAPPONE LA RIVOLUZIONE DEL LAVORO

La rivoluzione del lavoro parte dal Giappone, più in particolare dagli uffici di Yahoo.
A differenza di quanto avviene nella sede centrale statunitense (dove la precedente AD Marissa Meyer ha ammesso di lavorare anche 18 ore al giorno), in oriente è stata avanzata la proposta di weekend lungo di ben 3 giorni per tutti i dipendenti. L'imperativo è "lavorare meno, riposarsi di più" e si sta allargando in tutto il paese ormai da qualche anno.
Questo per ovviare alle ormai annose piaghe che affliggono il Giappone dagli anni '80: la morte per troppo lavoro (karoshi) e il suicidio per l’eccesso di lavoro (karojisatsu). Solo pochi mesi fa una dipendente dell’agenzia pubblicitaria Dentsu si è suicidata per l’eccessivo carico di lavoro: 105 ore di straordinari in un mese. L'episodio ha causato le dimissioni del presidente della società e costretto l'intero paese a riflettere ancora una volta sull'argomento.
Per questo Yahoo Giappone ha deciso di dare il buon esempio riducendo la settimana lavorativa a quattro giorni, con tre giorni settimanali di riposo.
I dirigenti affermano che non ci dovrebbero essere impatti sulla produttività e il risparmio dei costi potrebbe riservare sorprese positive a bilancio. “Dando agli impiegati più libertà su come lavorare, ci auguriamo che i dipendenti scelgano uno stile che permetta loro di operare al massimo della loro capacità, così potremo aumentare la produttività”, ha dichiarato all’agenzia americana Bloomberg una portavoce della compagnia, Megumi Yagita.

Fonte: Wired

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