Brexit: gli effetti sul commercio

La premier inglese Theresa May nel suo programma ha parlato di una “Hard Brexit”, un divorzio drastico insomma con l’UE.

Secondo quanto annunciato entro marzo 2017 il Regno Unito chiederà l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato europeo che prevede l’uscita unilaterale di un Paese membro dando inizio ai negoziati. L'accordo passerà anche per il voto del parlamento. 
Secondo il premier inglese ci vorranno due anni di trattative per mettere a punto i nuovi accordi e legami tra il Regno Unito e il resto d’Europa, un periodo di transizione in cui le novità dovranno entrare in vigore in modo graduale. Sul fronte economico i punti principali sono due: l’accesso al mercato unico e la libera circolazione delle persone.
Per quanto riguarda il commercio, l’accesso al mercato unico europeo (quantificabile in circa 500 milioni di consumatori) è cruciale per gli operatori del Regno Unito, perciò la May ha dichiarato che, pur lasciando il mercato UE, il Paese cercherà “un accordo di libero scambio audace e ambizioso” con i Paesi dell’Unione. Si tratterebbe quindi di una “finta uscita” dal mercato unico che permetta la circolazione delle merci britanniche in UE (e viceversa) senza dogane, ma anche senza obblighi in materia di libera circolazione delle persone.
I negoziati su questo punto saranno molto complessi anche perché l’UE gestisce offerte commerciali preferenziali con quasi 60 altre nazioni per conto dei Paesi membri: il Regno Unito quindi dovrà cercare nuovi legami anche con questi Paesi. Non solo. Il fatto di uscire dalle regole del mercato unico significa anche poter gestire dazi e imposizione fiscale, omogenei tra gli altri Paesi membri dell’UE. Il ministro delle Finanze Philip Hammond ha già messo le mani avanti dicendo che Londra vuole rimanere “un'economia chiaramente in stile europeo, con una tassazione in stile europeo e un sistema regolatorio di stile europeo”, ma che dovrà cambiare posizione “se siamo forzati” a “recuperare competitività”. Detto tra le righe (nemmeno troppo) se l’UE imponesse un accordo severo, il Regno Unito potrebbe proporsi come nuovo paradiso fiscale per cittadini e multinazionali.
Per quanto riguarda invece la circolazione delle persone, non è chiaro quali saranno le conseguenze per coloro che studiano o lavorano nel Regno Unito. Interrogativo questo che pesa anche sulle imprese. Il governo ha promesso che sarà il primo punto su cui fare chiarezza nel corso dei negoziati, ma che le istituzioni europee non hanno voluto iniziare a parlare dell’argomento prima dell’attivazione da parte del Regno Unito dell’articolo 50 del Trattato.

Fonte: International Business Times